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domenica 21 giugno 2009

Lettere nell'etTere

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante

Q

Quasimodo, dopo la questua, si qualificò in Questura querulmente.

“Questi questurini!...Quieti, ma...qualunquisti.”

“E il questore Quirino?”

“Questione di quote. E di quoziente. Questo è qui, quello è là.”

“Qualcuno è quotato?”

“Quattro sì, quindici no.”

“Quindi qualcosa han quotato. Qui, Quo, Qua e un Quacchero del Quebec han quotato quotidianamente del quarzo, ma nel Queensland qualcuno fa quiz.”

“Ancora un quesito: quanti han quietanza in Quirinale?”

“Quarantuno o quarantadue.”

“E quelli della Quercia?”

“Oh, quelli han quasi il quorum.”

“Che quarantotto! Nel Quattrocento c’era più quiete.”

“Il quaderno col questionario? Lì c’è il quadro della questione.”

“Quisquilie! Fra le quinte del Quirino sì che c’è quiete, non a Quarto o a Quinto.”

“Soprattutto in Quaresima.”

“Quasi quasi...quando quantificherai la quaterna?”

“Il quindici alle quattordici.”

“E... quanto?”

“Quasi quattrocentomila.”

A questa quota Quasimodo si quietò.

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lunedì 27 aprile 2009

Lettere nell'etTere

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante


P


“Per Palermo prenderemo il primo ponte” progettò pensieroso Patroclo, portando nel portoncino un pesantissimo pacco che pigiò poi nel portabagagli della potente Porsche.

Patrizia, professoressa dal piglio prepotente, sul punto di partire piangeva per la penosa perdita di un portafoglio in pelle di pitone, che aveva posato poco prima, con poca prudenza, sul parabrezza.

Pensando di persuaderla a prestargli un poncho peruviano, il pusillanime Patroclo le propose, protettivo:

“Patriziuccia, piccola pera, prestami il poncho che prendesti a Puno e ti procurerò un portamonete più prezioso del primo, di pelle di pachiderma, di pinguino, di pekari, di plantigrado, di... parlamentare.”

“Perché tu lo perda al più presto?”

“Per piacere!”

“ Pepperepè!”

“Perfida! Piantala di pretendere pietà e prodigati per il povero Patroclo in partenza. Prendi il poncho, puliscilo, piegalo e porgimelo. Presto!”

Piena di prevenzione sulla pulizia e puntualità nei prestiti da parte del protervo e petulante Patroclo, Patrizia porse al pelandrone non il poncho preferito, ma un pareo polinesiano con pappagalli, papaveri purpurei e papillon pastello di Papeete, che Patroclo, un po’ perplesso, pesò col palmo:

“Che pelo particolare! Che paludamento, per un pioniere della Pampa o della Patagonia. Lo pensavo più pesante.”

“ Pirla del piffero! Ti pare un poncho? Pensi che me ne priverei per prestartelo e pertanto perderlo? Ti pesterei con una piccozza, pezzo di pidocchio! Parti, parti pure senza pigiama, ma prima, o pitocco, pagami la pigione!”

Pizzicato come un pivello e pur placido come un pollo in primavera, Patroclo pescò da una pila di pullover una polo e un paio di pantaloncini, posandoseli sui polpacci in una posa poco pratica e piuttosto perigliosa. Preoccupato per la precarietà della propria postura, Patroclo parlò al popolo in piedi sul palco:

“Prostitute! Pederasti! Papponi! Peripatetiche! Provate a profanare il palazzo con presenze peccaminose! Vi punirò con un pernacchio, porcaccioni!”

Un potentissimo petardo (o un potentissimo peto?) partì dal pubblico presente in piazza, che protestava con pathos preoccupante tramite piatti, pugni, pentole, pedule e parole pesanti.

Pur partecipando al putiferio, Patroclo, piegati i pedalini, si palpava i piedi in un piacevolissimo pediluvio nel pozzo della piazzetta, pregustando i piaceri della prossima partenza per Ponza o per Palinuro, paradisi dei pomicioni suoi pari.

Parata prontamente una pesantissima pietra proveniente dalla poco pacifica Patrizia, Patroclo pranzò pantagruelicamente al Pitosforo di Portofino pasteggiando a Pinot, poi passeggiò sulla Promenade pipando placidamente, indi si posizionò sulla Porsche posteggiata presso il Palazzo delle Poste, ma non poté partire, non perché in panne, ma perché privo di patente.

Al povero Patroclo la Provvidenza non permise di perseguire il piano preventivamente progettato; pertanto perse la prenotazione precedentemente pagatagli dal padre Paolo. Che pelandrone! Che parassita!

Pensa, pensa, pensa, pensò di provare con la proficua professione del palcoscenico, previo un provino con Proietti patrocinato dai Pupi di Pantelleria. Si piazzò per primo e, pertanto, poté partecipare alla pièce “Pignasecca e Pignaverde” nella parte di un pezzente presbite, parte particolarmente problematica, per cui fu premiato sul palco dei Parioli dalla procacissima Parietti come peggior protagonista.

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giovedì 2 aprile 2009

Lettere nell'etTere

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante

O

Oscar ostruiva l’oblò con gli omeri ossuti, ostentando orgogliosamente un orologio Omega, mentre Ottavio, un obiettore di Ostuni ottuso come un orango, si ostinava ad offrire agli ospiti in otri ovoidali omelettes odorose di olio d’oliva di Oneglia.

Oscar e Ottaviano, ondeggiando come oche, omettevano di occuparsi delle organizzazioni operaie che ovunque, in officina, ostacolavano l’operato dell’organico, obbedendo all’ordine: OMERTÀ’!

“Occhio per occhio, orecchio per orecchio!” osservò alle otto l’opulenta ostessa Ottilia, mentre, all’orizzonte, un’odalisca dell’Oba Oba si offriva oscenamente a un’orda di omaccioni ottenebrati dall’oppio, osannanti come ossessi agli ondeggiamenti dell’opima orientale.

Orribili orchi e orripilanti orchesse obbligavano otarie ostili ad orientare su Oslo gli obiettivi, orando omelie in onore di Ognissanti.

Oscar, obbligò l’orefice Oberon ad offrire un obolo per l’Opera, ove oboi, ottavini, ocarine e organetti erano di ottone, poiché l’onnipotente Oren odiava l’oro, ormai obsoleto nelle orchestre all’ora dell’Ouverture.

“Oplà!” e, con un omaggio ossequioso alle ospiti ossigenate, Otello, un ometto dall’ovale oscuro, obliò l’oracolo e si orientò sull’Opera Omnia di Orazio e di Ovidio.

Ad Orvieto un omosessuale, oggetto dell’ostracismo degli Orvietani, occhieggiava in un’oasi offrendo orzate ad un’ostetrica, Ofelia degli Odescalchi, onde onorarne l’onestà e offuscarne l’orgoglio.

La ospitò, ovviamente, in un ovile, offrendole di oziare tra un oroscopo e un’ovulazione e opponendo a odi in Oc odi in Oil come un Ossian a Oxford. Per originalissimo ornamento le offrì un orifiamma: un orsacchiotto ornato di opali.

“Oremus!” ordinò ordunque Ofelia e, fra oneri e onori, si offrì come ostaggio in un opificio olandese, origliando in ogni oratorio.

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domenica 29 marzo 2009

Lettere nell'etTere. N.

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante


N

Nuotando fra le ninfee, Nettuno notava novelli nardi e narcisi che nicchiavano con naturalezza.

“Non ne nasceranno di nuovi per il novilunio” notò nascondendosi in una navicella nepalese (nel Nepal i natanti sono necessarissimi), negletta nientemeno che sotto un nodoso noce.

Nottetempo, nove ninfe, noncuranti della nudità, ninnavano dei neonati, nipotini di Nettuno, dai normalissimi nomi di Neopatrengo, Nucletonte, Nastagio e Nicolino, nomi di nazionalità nordica (norvegese? normanna?) e non napoletana o nuorese.

Sempre a nuoto, Nettuno notò una novantina di nanetti naturisti che, in una novecentesca nicchia del Nervi, narravano a numerosi neofiti noiosissime novelle del Novalis, narratore di Norimberga e, naturalmente, nazista.

Un nanetto novantenne, nostalgico di Napoleone e con nei sulle natiche, nutriva a noccioline e Nutella dei naufraghi nipponici, ma negava loro la nicotina perché nociva. Solo a novembre non negò il nullaosta, ma nella nebbia notturna non notò un nerboruto nostromo di Nagasaki che si nettava il naso.

In un niente lo neutralizzò.

Nella notte, sotto i neon, dei netturbini nolenti e neghittosi nettavano i negozi di Nizza con noncuranza, nobilitandone la nomea con nastrini e ninnoli nuovissimi.

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sabato 21 marzo 2009

Lettere nell'etTere

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante


M

“Macché mare! A maggio è molto meglio la montagna” mormorò Massimiliano, manovale milanese manesco e maleducato, alla moglie Marina, magra e macilenta come la Maria Maddalena del Masaccio.

Max si mise il maglione di mohair che metteva in mostra i muscoli e, montando sulla moto meglio di Marlon, mise la marcia a mo’ di Mosè al momento del movimento di masse da Memphis al Mar... Morto.

In Maremma la mamma di Marina, metà matadora e metà mungitrice, movimentava la monotonia delle mucche, malandate e martoriate dalle mosche, con musichette di Mozart e di Morandi, maldestramente mixate. Massaggiava intanto il muso e le mammelle di Morgana, la mucca più matura della mandria, mormorandole maternamente:

“Mangia, mangia la mentuccia, Morgana mia, e muovi la mascella per macinare meglio il miglio.”

Meditava, la megalomane, di mercificare in mozzarelle e mascarponi, ma le mancava un magazzino e la malga sul Monte Maggiorasca era maleodorante. Il motivo erano i malvagi maltrattamenti di Mago Merlino ai maiali che marcivano nella mota, mancandogli il moto.

“Maledetto! Meriterebbe di morire di malaria com’era di moda in Maremma nel Milleottocento, prima che la medicina mitigasse la mortalità. Memento mori, Merline, ac memento musulmani, maghrebini mozambicanique”. Masticava motti e massime a memoria.

Al mercato, muovendosi come un muflone fra le merci, Massimiliano, muscoloso ma mentecatto (per mesi fu malato di meningite), mutò la megamoto con un modestissimo monopattino, meritandosi dai meravigliati mercanti un “Minchione” che, però, non lo mosse minimamente dal misfatto.

Marina, invece, in un monastero di Monza, miniava minuziosamente un manoscritto medievale per maggiorare il modesto mensile, mortificata al mattino, durante la Messa, da una monaca di manzoniana memoria che, maligna, le mormorava:

“Minia, minia, mammalucca, mentre Massimiliano, meglio Max, al mercato manomette e mordicchia maestre, miss e massaie.”

Mesi dopo, mandate mestamente le mucche al mattatoio, Marina e la madre, meditabonde, mendicavano nei pressi del Museo Metropolitano per mantenere nel migliore dei modi il mitomane Max, che, senza il minimo merito, s’era messo in mente di essere miliardario (pur mancandogli i miliardi) e martirizzava le miserabili mutando di mese in mese moto, maglie alla moda e monili, mescendo Martini, Moscato e Marsala, mobilitando meravigliose modelle maggiorate che minimizzavano la sua menomazione mentale.

Un “merci” alla munificenza!

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sabato 21 febbraio 2009

Lettere nell'etTere.

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante

L

La languida Lucilla, liquidati con lazzi lascivi i lubrichi latin lovers, lacrimava lanciando lugubri lamenti, mentre Lassie, un Labrador dalla lingua lilla, latrava alla luna.

“Oh, lassa! Lorenzo è laggiù nel Laos ed io mi lambicco per lavorare presso un ladrone come Luciano, litigioso e levantino, essendo libanese.”

Intanto Lorenzo, longilineo luogotenente della Legione di Liguria, lucidava la lisa livrea alla luce di una lampada liberty di Lalique (lasciatagli da un legittimo legato), leggendo una lunga lettera di Lucilla.

Lara, una “lucciola” che lavorava sul lungomare sotto i lampioni, sul letto fra lenzuola di lino di Liegi lavate con Lip in lavatrice, levava alle labbra un liquore lanciando la lenza su Lorenzo.

“Levati di lì, Lara!”

Il luogotenente fu lesto a licenziarla, ma la licenziosa non si lasciava licenziare. Con la loquela di una lussuriosa lenona, lisciandosi il lardo dei lombi, si limitò a lavarsi al lavabo.

Intanto a Lecce (località litoranea del Levante, non lombarda e neppure laziale), il legale Ludovico Lari leggiucchiava un libro di leggi longobarde quando Lucilla, lacera e livida, gli lanciò un:

“Lestofante! Liquidasti il leale Lorenzo laggiù in Laos, fra liane e lagune!”

“Lorenzo? Un lavativo. Lascialo là a liquefarsi. Liquirizia?”

“Solo una leccatina, poi ti lascio alla lettura.”

“Latte? Latticini?”

“Purché Locatelli.”

“Lucilla, che Lorenzo languisca sino a lunedì e non lamentarti per lui.”

Lucilla si lasciò lusingare da lenticchie, lasagne e leccornie che il legale (una lenza) levava verso di lei e lasciò nel Limbo il legittimo legame con il leale luogotenente ligure.

Laggiù, lontano lontano, Lorenzo lessava una lepre leggendo un libro di letteratura latina sotto un leccio.

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domenica 15 febbraio 2009

Lettere nell'etTere - H - I

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante

H - I


“Idiota! Insensibile!”

Ilaria ingurgitava sull’Hovercraft un hot-dog imbottito inseguendo un ingegnere dell’Italsider, ora Ilva, infedele e (inaudito!) iconoclasta.

“Ignobile! Ignorante!- insisteva Ilaria - Ma io lo idolatro”.

Intanto, intenzionata ad imbarcarsi ad Imperia sull’imbrunire, imballava le immondizie come imponeva l’igiene, intensificando gli improperi:

“Imbelle! Inetto! Imbroglione! Ippopotamo! Che idea insegnargli l’inglese! Non imparerebbe neppure l’italiano. Ma io impazzisco per Ignazio e il suo inqualificabile idioma di Irpinia mi intriga. Ih, che infelicità!”

Indi, con impeto incontrollato, si intrufolò in un hotel e ivi inciampò all’ingresso innanzi ad un industrialotto irlandese, imporporandosi all’istante per l’imbarazzo.

“Oh, che increscioso incidente! La imploro di ignorarlo”.

L’irlandese, incuriosito per l’inusitato e indecoroso incontro, ma incantato da Ilaria, la irretì inducendola ad intendersela.

Invaghitasi improvvisamente dell’individuo innanzi ignoto, Ilaria s’intenerì infantilmente all’idea di impalmarlo e, inventatasi all’istante un impegno improrogabile, inviò all’ormai insignificante Ignazio un incisivo ideogramma:

“Incazzati pure, Ignazio, ma io sono in intimità con un interessantissimo irlandese incontrato a Imperia”.

Impettita ma impeccabile nell’impermeabilino indaco che l’impacciava, infilò inconsciamente l’indice inanellato nell’iride dell’industrialotto, che si imbestialì.

L’inopportunità dell’intervento di Ilaria infiammò l’ira dell’individuo dell’IRA (indovinatissimo intreccio idiomatico!). L’irlandese la inseguì per un intero isolato insultandola, finche, investito ad un incrocio, invertì itinerario, imputando Ilaria di insanità intellettiva.

Infelicissima per l’incapacità di impegnarsi in un’intesa ideale, Ilaria ingurgitò inchiostro con un imbuto e si impiccò, ma infastidita da insistenti interurbane di infidi impresari, si indirizzò ove l’indole inquieta la indirizzava: un istituto internazionale per invalidi incivili.

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domenica 1 febbraio 2009

Lettere nell'etTere. G

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante


G

La languida Lucilla, liquidati con lazzi lascivi i lubrichi latin lovers, lacrimava lanciando lugubri lamenti, mentre Lassie, un Labrador dalla lingua lilla, latrava alla luna.

“Oh, lassa! Lorenzo è laggiù nel Laos ed io mi lambicco per lavorare presso un ladrone come Luciano, litigioso e levantino, essendo libanese.”

Intanto Lorenzo, longilineo luogotenente della Legione di Liguria, lucidava la lisa livrea alla luce di una lampada liberty di Lalique (lasciatagli da un legittimo legato), leggendo una lunga lettera di Lucilla.

Lara, una “lucciola” che lavorava sul lungomare sotto i lampioni, sul letto fra lenzuola di lino di Liegi lavate con Lip in lavatrice, levava alle labbra un liquore lanciando la lenza su Lorenzo.

“Levati di lì, Lara!”

Il luogotenente fu lesto a licenziarla, ma la licenziosa non si lasciava licenziare. Con la loquela di una lussuriosa lenona, lisciandosi il lardo dei lombi, si limitò a lavarsi al lavabo.

Intanto a Lecce (località litoranea del Levante, non lombarda e neppure laziale), il legale Ludovico Lari leggiucchiava un libro di leggi longobarde quando Lucilla, lacera e livida, gli lanciò un:

“Lestofante! Liquidasti il leale Lorenzo laggiù in Laos, fra liane e lagune!”

“Lorenzo? Un lavativo. Lascialo là a liquefarsi. Liquirizia?”

“Solo una leccatina, poi ti lascio alla lettura.”

“Latte? Latticini?”

“Purché Locatelli.”

“Lucilla, che Lorenzo languisca sino a lunedì e non lamentarti per lui.”

Lucilla si lasciò lusingare da lenticchie, lasagne e leccornie che il legale (una lenza) levava verso di lei e lasciò nel Limbo il legittimo legame con il leale luogotenente ligure.

Laggiù, lontano lontano, Lorenzo lessava una lepre leggendo un libro di letteratura latina sotto un leccio.

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lunedì 19 gennaio 2009

Lettere nell'etTere. H - I

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante

H - I


“Idiota! Insensibile!”

Ilaria ingurgitava sull’Hovercraft un hot-dog imbottito inseguendo un ingegnere dell’Italsider, ora Ilva, infedele e (inaudito!) iconoclasta.

“Ignobile! Ignorante!- insisteva Ilaria - Ma io lo idolatro”.

Intanto, intenzionata ad imbarcarsi ad Imperia sull’imbrunire, imballava le immondizie come imponeva l’igiene, intensificando gli improperi:

“Imbelle! Inetto! Imbroglione! Ippopotamo! Che idea insegnargli l’inglese! Non imparerebbe neppure l’italiano. Ma io impazzisco per Ignazio e il suo inqualificabile idioma di Irpinia mi intriga. Ih, che infelicità!”

Indi, con impeto incontrollato, si intrufolò in un hotel e ivi inciampò all’ingresso innanzi ad un industrialotto irlandese, imporporandosi all’istante per l’imbarazzo.

“Oh, che increscioso incidente! La imploro di ignorarlo”.

L’irlandese, incuriosito per l’inusitato e indecoroso incontro, ma incantato da Ilaria, la irretì inducendola ad intendersela.

Invaghitasi improvvisamente dell’individuo innanzi ignoto, Ilaria s’intenerì infantilmente all’idea di impalmarlo e, inventatasi all’istante un impegno improrogabile, inviò all’ormai insignificante Ignazio un incisivo ideogramma:

“Incazzati pure, Ignazio, ma io sono in intimità con un interessantissimo irlandese incontrato a Imperia”.

Impettita ma impeccabile nell’impermeabilino indaco che l’impacciava, infilò inconsciamente l’indice inanellato nell’iride dell’industrialotto, che si imbestialì.

L’inopportunità dell’intervento di Ilaria infiammò l’ira dell’individuo dell’IRA (indovinatissimo intreccio idiomatico!). L’irlandese la inseguì per un intero isolato insultandola, finche, investito ad un incrocio, invertì itinerario, imputando Ilaria di insanità intellettiva.

Infelicissima per l’incapacità di impegnarsi in un’intesa ideale, Ilaria ingurgitò inchiostro con un imbuto e si impiccò, ma infastidita da insistenti interurbane di infidi impresari, si indirizzò ove l’indole inquieta la indirizzava: un istituto internazionale per invalidi incivili.

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domenica 18 gennaio 2009

Lettere nell'etTere. - G -

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante

G

“Giunone, guarda com’è giudizioso il giovanissimo Ganimede!”

“Già. E’ un garzoncello gentile. Anche il genitore, gladiatore della Gallia, è un gentleman e la genitrice è una gaia gentildonna”

“Gente in gamba! Giuda, invece, è un goffo gorilla e un gran...”

“Giove! Giove!”

“Giudico come mi garba”.

“Come! A Genova lo giudicavi gradevole e ora ne guasti il giudizio?”

“No. Già a giugno lo giudicavo un gran...gaglioffo. Ha gusti grossolani e gira con gentaglia”.

“E’ giocoforza garantire a Giocasta, garrula e graziosa giovanetta, un giovane più gradito e, per Giove e Giunone, un genero più gratificante”.

“Come Greta Garbo giudicava John Gilbert”.

“E come Giammatteo giudica Gable, Garfield, Gassman...”

“Gloria ai grandi! E ora, Giove, gradiresti un gin? O una grappa, un genepì...”

“Un gin, grazie. E ghiacciato. E’ più gustoso”.

“Ti grattugio il ghiaccio in un gotto già gelido, così è più gradevole”.

“Mmmh, che goduria! Ma il grammofono Grundig gracida. E’ guasto?”

“Giralo in giù, poi girelliamo in giardino tra i glicini e le gardenie, i garofani e le genziane, i gladioli e le...le...”

“Le gelsomine?”

“Giusto!”

Sotto la galleria Giove gettò in giro il guardo, poi:

“Giunone, guardami: sono un genio?”

“No, sei un gabibbo”.

“Ma guido con gagliardia una Giulietta gialla sulla Genova-Gorizia, generalmente gremita”.

“E ghermisci le giovincelle con gestacci da guappo.” “Perché ho la gestualità di Jean Gabin”.

“Ti graffi le guance se non si girano a guardarti”.

“Giocherello da godereccio”.

“No, sei un guastafeste e gironzoli da gennaio a giugno nei garage e nei gabinetti con giovinastri e gentaglia. Che giudizio gramo!”

“Ne godo! Ma ora genuflettiti e giù la gonna grigia”.

“Oh! Che giannizzero!”

“E giù la guêpière!”

“Ora grido”.

“Grida, grida. Giù le giarrettiere, “guagliona”!”

“In guardia, gangster, o ti graffio il grugno!”

“Giù il gilet, gattamorta!”

“Che gradasso! Che gaglioffo! Girando con gentaglia come il Griso ti guasti”.

“Giù il guinzaglio!”

“Ti gratto il gomito con un gancio, se non glissi!”

“E io mi getto in ginocchio e ti gratto le gambe”.

“Mmmh! Ti gusta gozzovigliare?”

“Giungiamo a Gomorra e gustiamoci groviera e grissini con un gotto di Grignolino”.

“No, in una grolla, come a Gressoney”.

“Insomma, un garden-party come gradiva il geniale gastronomo Galileo Galilei.”

“Che grullo! Di giorno guardava Giove, era gottoso e goloso di ghiande. Non gradiva la governante Geltrude, grassa e goffa, ma gomitava con la guardarobiera Giulietta, giovanissima e graziosa”.

“E...giacquero?”

“Sì, finche Giulietta fu gravida”.

“Però, che gagliardo, il Galilei!”





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sabato 17 gennaio 2009

Lettere nell'etTere. F.

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante


F

Federico Felloni, fresco fanciullo fiorentino, faceva fatture fasulle per fornitori facilmente frodabili in una fatiscente fabbrica di Fiesole.

Nel fienile della fattoria Filomena, una fantesca formosa e fedifraga, festeggiava felice il fidanzamento con il fornaio Filippone, furbo e facoltoso, ma anche furfante e faccendiere.

“Facciamolo fuori nella foresta più frondosa, poi, frollatolo, ficchiamolo in una fossa per fuorviare i forestieri” si figurarono Federico e i fratelli, fantasiosamente feroci. Ma il fine era fregargli la fidanzata, la femmina che faceva farneticare Federico con la falcata felina e la figuretta flessuosa. Il fratellastro Fabrizio, un finocchio falso e fellone, finì a ferragosto col fratturarsi il femore durante una fiera; con una fibula ferrea se ne fissò i frammenti, fasciandoseli con un fazzolettone fucsia a fiorellini, firmato Ferrè.

Federico, frastornato dal fatto che aveva falciato il familiare, fracassò con furia forchette e fondine, ferendosi al fianco e alla fronte con una freccia finita fra la ferraglia e fuori dalla faretra di finissimo faggio. Con un frusto farsetto, fradicio di fango, febbricitante, fece fuori con furibondi fendenti la folla festante che si frapponeva fra la ferrovia e il fuggiasco. Fomentando la foga, fronteggiò alla frontiera la finanza che fermava i fuorilegge forniti di fucili, facilitando invece la fuga dei fuorilegge forniti di fionde. Con falcate da fondista si fermò alla foce del fiume Flumendosa, fetente per la fuoriuscita delle fognature finitime. Fiutandole finì giù nel fondale fino alla faringe, fissando dei fagiani fluttuanti fra le foglie che, furbacchioni, fotografavano folaghe affinché fornicassero fra la fauna e la flora.

Il Felloni, fornito di una forbice di ferro, forò il fusto di un folto frassino che fungeva da fustigatore di facili farfalle, indi formulò una frase con fermezza:

“A febbraio il fiorentino, forzuto e fascinoso Federico Felloni, si farà frate francescano e farà fioretti a non finire! Forse”.

Fu così che finì come farmacista nella fornitissima foresteria di Farfa, fornendo fumetti e filmini a fanatici delle fiction e fecondando con la frequentazione formose fanciulle in fiore di famiglia facoltosa, che di Federico si erano fidate.

Che fesse!

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sabato 10 gennaio 2009

Lettere nell'etTere.

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante

E

Emanuele, emergente extracomunitario emigrato dall’Eritrea, entrò nell’edificio dell’ente emozionato ed esitante, evitando gli escrementi degli elefanti esportati in Europa, per l’esattezza in Engadina.

Errando verso est, si erse fra elettori che esigevano un’eredità espletata in ettari. In effetti, l’edera emanava effluvi d’erba che Elvira, educatrice energica ed efficiente, evitava di estirpare, esprimendo un encomiabile entusiasmo per un’edicola in ebano con effigiati Ezechiele ed Elisabetta.

L’edicola era stata eretta accanto all’Eretteo dall’esimio Eiffel, eversivo esecutore di edifici eccezionalmente elevati.

Ettore, epico eroe di epoca ellenistica (espressione poco esatta, ma efficace per l’esigenza della E), si esauriva in estenuanti esercizi di equilibrio, onde emulare l’energico Ercole, un energumeno dell’Ellade. Egli esagerava nelle esercitazioni, per non essere etichettato come “effeminato eunuco”.

Per Emanuele, equanime nell’esaminare, entrambi gli eroi si esasperavano in un’enfatica ed esagerata emulazione, anche se con l’elmo Ettore era più elegante, Ercole più elastico.

Esaurita con un encomio l’eccezionale esibizione (un’esperienza elettrizzante!), essi esibirono, esausti, ecchimosi, ematomi, escoriazioni ed emorragie. Ebbri ed euforici per un eccellente Est!Est!Est!, esente da etichetta, estorto ad un enologo di Epidauro, emigrarono in Estonia, ma esigettero un esosissimo emolumento da un editore per un elzeviro sull’educazione degli ergastolani dell’Elba.

L’edonista ed esteta Epicuro, edotto sull’eccezionale evento da un’esauriente epistola dell’etimologo Eraclito, si equipaggiò per l’esodo dall’Egitto in edizione economica: in equilibrio su un equino emaciato ed epatico, evitò sia l’epilessia sia l’ernia all’esofago, ma non l’encefalite.

L’estradizione fu effettivamente esecutiva nell’estate. Fra gli esuli il più eccitato per l’evacuazione fu Ermete, che esternò l’entusiasmo in un’egloga da enunciare agli esterrefatti espatriati.

Essi escogitarono un espediente per evitare l’empietà, ma Ermete non esitò ad esigere un’ecatombe come espiazione.

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giovedì 8 gennaio 2009

Lettere nell'etTere

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante
D

Donatella, domestica del duca Danilo, donna diligentissima e devota al datore , ma dispettosa e dittatoriale, disse un dì:

“Duca diletto, disponiti al duro dovere con la duchessa Domitilla, datti una dritta e decolla in deltaplano per Dusseldorf”.

Il duca Danilo depose sul davanzale un disegno del David di Donatello e dal divano si diresse in dispensa, per disporvi i detersivi e degustare del Dolcetto.

Dabbasso il diabolico Dottor Durrell, docente di diritto doganale a Dublino, decorato a Dunkerque dopo il D-Day, distribuiva con due dita dispense dattiloscritte ai discenti, domandandogli denaro a dismisura per il disturbo. Discepoli diciottenni, diligenti e determinati a distinguersi, dissertavano sulla dottrina di un dotto del Duecento, Dionigi il Druido (nonché drudo di una donzella del delta della Dora, denominata Dulcinea), davanti a una dozzina di docenti, che ne disapprovavano la dialettica discutibile e la dissolutezza deplorevole.

“Che disgraziati! Che debosciati! Che dandy disossati!” si disperava un dentista dissenziente. “Al dì dormono, divorano dolciumi, digeriscono, si divertono e dimenticano le date. Delinquenti!”

“Dipende dalle disposizioni del Direttore - dichiarò un doganiere, deviando il discorso per distogliere il detto dentista. “Con documenti così in disordine mi dovranno dare di certo una dichiarazione di disoccupazione. Dovrò dimettermi domani alle due e dieci. Che il demonio li danni!”

Demoralizzato anche per i debiti, il dabbenuomo distaccò il diploma da decoratore con dedica del Duce e si diresse alla dimora di Dorella, deliziosa danzatrice e diva delle discoteche di Domodossola.

La donna e il doganiere dialogarono in un difficilissimo dialetto della Daunia, destreggiandosi in divertite divagazioni, detti e dialoghi drammatici derivati dal D’Annunzio; indi, con un dietro-front, deambularono lungo il Don, per poi dirottare verso la Danimarca. Dimorarono per dieci dì in una dacia dirimpetto a una diga, ma divorarono la dispensa, dimagrirono e deperirono, avendo a disposizione solo dei datteri e dei dolciumi di dubbia digeribilità.

Deliranti e in deliquio, si diedero a declamare ditirambi per distrarsi dalla disgrazia, ma ne derivò un diverbio che li divise, decidendoli a domandare il divorzio.

Donatella, di cui dianzi dicemmo, dichiarò, distrutta dal dolore:

“Da domani distribuirò ditali nelle drogherie, ma non mi darò alla droga”. Dimostrandosi più dignitosa del duca, debole e diuturnamente dilaniato dai dubbi, si diede alla derattizzazione dei domicili sino al dodici dicembre del Duemila, dopodiché dimenticò i dispiaceri dovuti al doganiere e si dedicò daccapo alla danza e alla dodecafonia su dischi di Donaggio, Dalla e Debussy.

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domenica 28 dicembre 2008

Lettere nell'etTere (C)

ovvero
saggi di funambolismo letterario
di Umberto Violante
C

Correndo in camper da Como a Cesenatico lungo la circonvallazione, Carlo chiese concitatamente a Corrado Cerofolini, cauto ma convinto campeggiatore:

“Corrado, che cosa cucinerai al compleanno della cognata Claudia? Cotechini con le cotiche? Cosciotti di cinghiale? Croissant con crema di cavoletti?”

“Ma di che cavolo cianci?” chiese il compagno, chiuso di carattere e contrario alle chiacchiere in caravan.

Ma Carlo, curiosissimo e ciarliero, continuò cocciuto:

“E che cosa le comprerai? Una cintura di coccodrillo? Una camicetta di cotone color cremisi? Una confezione di caramelle o di cioccolatini al caffè?”

“Chiudi i canini!”

“Credevo che ...” concluse Carlo, cadendo dal cielo. Si curvò a cogliere castagne, che conservò con cura nei capienti calzoncini celesti.

“Credevi un corno, cretino!”

Così Corrado chiuse la conversazione, o così credette.

“Che creanza! Ti credevo più cerimonioso. - commentò il compagno. - E non correre! Controlla il cruscotto! Un colpo di clacson! Chiudi il condizionatore.! Cerca un canale di canzonette, che voglio canticchiare un po’. Cambia corsia!”

“Continua così e ti caccio fuori!”

“Cuccurucù!”

“A chi cuccurucù?”

“E’ una celia, Corrado”.

“Crepa! Cammini come un canguro, cogli castagne, cianci come una cocorita in calore... Credi di comportarti con me come con il cugino Camillo, un cafone di campagna?”

“Ah, Camillo, che caro congiunto! Campagnolo, certo, ma carino, cameratesco, cordiale. E che coerenza di concetti, che certezza di costrutti...”

“Che un canchero ti colpisca il cervello!”

Carlo, confuso, chinò il ciglio e conficcò il capo tra le cosce. Corrado si cautelò chiudendogli la carotide con un cerotto, per cui, per circa cinque chilometri, camminarono senza chiacchierare: Corrado corrucciato e in crisi, Carlo congestionato, ma convinto a continuare.

“Corrado...” cominciò dopo il casello di Cesena, ciucciando una carota chiesta a credito ad un coniglio.

“Che c...cerchi?”

“Corrado, il cordoglio che covo in cuore mi carpisce il coraggio di cozzare contro il cupo cipiglio che conservi con un clamoroso ceffone”.

“Chiamalo coraggio, codesto!”

“Certo che lo chiamo così. Il coraggio “dei capitani di Castiglia, che cadendo si criccan la caviglia”.

“Cos’è, un carme di Catullo?”

“No, una cavatina della “Carmen”.

“Ah, di Chopin”.

“Di Cocciante, credo”.

Cinque chilometri di calma, poi:

“Corrado, mi coccoli? Su, carezzami il capino”.

“Cialtrone! Lo capisci che con i caproni non comunico?”

“Capisco chiaramente che così non è conveniente continuare”.

“E allora cessa con le cretinate!”

“Chissà!”

“Un po’ di carità cristiana!”

Corrado, chinato come un ciclone dal camper, corse verso casa caracollando come un cavallo ad un concorso alle Capannelle. Carlo, calmatosi e con una cera più colorita, chiamò con il cellulare i carabinieri della città confinante. Costoro lo condussero in caserma, dove confessò le collusioni del Cerofolini con la Camorra campana.

Corrado fu chiuso in un cupo carcere per “circonvenzione di capace”, concludendo così una carriera da criminale cominciata in collegio.

Carlo, contato sino a cento, si cinse il collo con un cappio di corda e crepò per cirrosi cronica.

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sabato 27 dicembre 2008

Lettere nell'etTere. - B -

saggi di funambolismo letterario
B
di Umberto Violante

“ Bravissima bagnina, la Brigida” bofonchiò il burbero ma bonario Bernard Bismarck, baffuto barone della Baviera, bruciacchiando la bistecca sul barbecue.

“La Brigida? Una babbiona” bisbigliò il brigadiere Bottini Bernardo, benemerito della Benedicta, buttandosi di botto su un brigante balordo che, con berrettino blu, blusotto beige e bretelle di broccato, bivaccava borseggiando nelle boscaglie.

Nel Bergamasco un bue brucava in beatitudine, mentre il bovaro Biagio lo batteva sul basto col baschetto, borbottando:

“Bestiaccia! Basta con le biade e i bovini! Berrò un buon bicchiere di Barolo al bar di Beppe Bottazzi, bestemmierò al bancone e boccerò al biliardo con i bulletti del borgo, badando bene che non barino a briscola”.

Buttato nella baia un barcaiolo in blue-jeans, che bisticciava con barbuti barbieri per una battona con i baffi, barcollò lungo un buio baratro ove banditi barattavano il bottino della Banca di Bassano con bisacce bisunte.

“Bah! Che balordi! Che babbuini!” brontolò Biagio, non di buonumore. ”Bisognerebbe bendarli, bastonarli ben bene e buttarli in un burrone”.

La bidella Beatrice, una brunetta con bande bionde a boccoli, batteva nei banchi i bambini del Brefotrofio Burgazzoli con un bastoncino di bambù, buttando del Baygon sulle bestioline brulicanti sotto i berretti.

Bovaro e bidella, sul balcone della bicocca, si baciarono bramosi davanti al buon Berlusconi, che col braccio li benedisse e boicottò la Bicamerale per burlarsi di Bossi e di Bertinotti.

Alla Beresina, in un boschetto di betulle, baldanzosi bersaglieri di Badoglio buttavano bombe sulle batterie dei battaglioni bulgari, barricandosi dietro battelli di balsa e bruciando bidoni di benzina.

Beduini berberi , bersagliati dai bombardieri, brancicavano Bibbie buttando bilie a bizzeffe, bevendo birra e ballando un Boogie in bilico sulla balaustra di un bunker. Biagio, per burla, bastonò in un boulevard un boy scout dai bicipiti bestiali, che, braccatolo in una bisca, boxò con lui.

Bistrattato, battuto, bendato e in barella, balbettò:

“Buonanotte!”.

E buttò in bucato i boxer bianchi, badando bene che non si bucassero come in una ballata di Bertold Brecht.

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venerdì 26 dicembre 2008

Lettere nell'etTere. - A -

saggi di funambolismo letterario
A
di Umberto Violante

All’alba Arianna, allieva attenta e assai allenata all’ascolto, si alzò allegramente dall’amaca appesa all’acanto, un albero accanto all’abitazione avita sulle alture dell’Alsazia.

Attraente e altera, si accostò all’armadio di acero azzurro affrescato da un abile artigiano di Asti e lo aprì. Apparvero alcuni abiti acrilici accatastati e altri ancora appesi alle apposite asticelle. Arianna li accarezzò, attenta a non ammassarli in un abbraccio ardente, indi accostò le ante e vi si appoggiò, ansimando per l’asma che l’angustiava dall’adolescenza.

Alcuni amici, ammessi in anticamera dall’attendente Agenore, applaudirono all’avvenente anfitriona apparsa sull’altana, in un abito audacemente attillato, aderente come un’anguilla, adattissimo all’affusolata e, ahimè!, anoressica Arianna.

“In alto gli animi e in avanti gli avambracci!” - acclamarono assieme gli astanti all’arrivo di aborigeni dell’Australia, avvinghiandosi in un amichevole, anzi appassionato abbraccio.

“Ad agosto abbatteremo gli ambiziosi Agnelli e annienteremo l’Avvocato!” arringò con astio un anziano ma arzillo aviatore dell’Alitalia, appena atterrato con l’aereo dall’Argentario, avventandosi sugli abbondanti antipasti allineati per l’abbuffata.

“Amatissimi amici, avete appetito? Andiamo, in un attimo avrete acciughe all’Ammiraglia, aringhe affumicate, astici, asparagi avvoltolati nell’alloro, abbacchio, arrosto, avocado e altro ancora. Accomodatevi”.

Così affettuosamente li accolse Arianna, aiutandoli ad accedere attraverso l’ampio atrio nell’attico attiguo, affacciato sulla Avenue.

All’attesa apparizione dell’aurora, alcuni aspiranti attori, abituali dell’ambiente di Altman e di Antonioni, si affollarono nell’arena come assatanati, agitandosi, abbrancandosi, alitandosi addosso come asini nell’afa di un agosto africano. Aspirarono addirittura l’acuto aroma dell’aglio e dell’aceto, assaggiati appositamente perché afrodisiaci.

Amareggiata per l’atteggiamento animalesco degli amici, Arianna si allontanò con un atletico albergatore, antipatico all’apparenza, ma altruista e ardimentoso, da anni accompagnatore dell’ava Adelina. Anacleto (così s’appellava) accettò un assegno dell’arcimiliardaria, che lo amava, ma non si azzardava ad ammetterlo; arrossendo le si accostò per l’addio.

Arianna avanzò fino all’angusto ascensore e, non avendo l’ascia, lo aprì con un’accetta. Allarmata per l’anomala assenza di Adolfo, un alano che, fra gli antenati, annoverava addirittura l’Alighieri, attese con ansia che arrivasse assaggiando degli amaretti su un’antipastiera d’argento; avendone poi abbastanza di attendere all’aperto, si agghindò con attenzione e si allontanò verso l’Arena, dove avrebbe assistito all’antigenerale dell’“Aida”, che attribuiva, assurdamente, all’abate Albinoni, autore dell’allegrissimo“Adagio”.

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