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CISL SCUOLA ORISTANO

Segretaria Generale: ELENA AROFFU ***Segretari: BERNARDO CASU, BARBARA RASPA. -SEDE: 09170 ORISTANO P.za Roma Gall. Porcella 4 -tel. 0783.70674 /71003 Fax 71907 e-mail: CislScuola.Oristano@cisl.it - Orari di apertura: vedi link "CONTATTACI" in questa pagina* Per iscriverti:RSU CISL della SCUOLA o Sede Provinciale * Alle Elezioni ENAM hanno votato CISL SCUOLA: 3 insegnanti su 4, il 75,5%. - Webmaster: PINO CIULU

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lunedì 30 gennaio 2012

27 gennaio 2012: "Giorno della Memoria" - Il discorso di Giorgio Napolitano

Con la legge 211 del 2000, la Repubblica Italiana riconosce e istituisce il 27 gennaio come "Giorno della Memoria": in tale data, infatti, 67 anni fa, le truppe sovietiche abbattevano i cancelli del famigerato campo di concentramento di Auschwitz.

La finalità della legge è quella di ricordare "la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati".

Da vari anni, su proposta di varie organizzazioni e associazioni professionali, moltissime scuole (con l'adesione di centinaia di migliaia di alunni) alle ore 11,54 del 27 gennaio (data e ora della "liberazione" di Auschwitz) suonano la campanella, effettuano un minuto di silenzio e leggono la poesia di Primo Levi "Se questo è un uomo" a consolidamento di una tradizione condivisa da tante scuole italiane, come parte integrante e significativa dei percorsi didattici che con passione gli insegnanti progettano e realizzano per ricordare la "Shoah".

* * *

Si è svolta al Palazzo del Quirinale (inizio ore 11.00) la celebrazione ufficiale del "Giorno della Memoria" alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, delle più alte cariche dello Stato, di rappresentanti politici di Israele e delle associazioni degli ex internati e deportati nei campi di sterminio.

Dopo l'intervento del Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, hanno portato la loro testimonianza alcuni studenti che hanno partecipato ai viaggi della memoria. Successivamente ha preso la parola il Ministro Francesco Profumo.

Nel corso della cerimonia, aperta dalla proiezione del cortometraggio di Ettore Scola "1943-1997", l'attore Gabriele Lavia ha letto un brano tratto da "Se questo è un uomo" di Primo Levi (di cui ricorre il 25° anniversario della scomparsa).

Subito dopo il Presidente della Repubblica ha pronunciato il suo discorso.La cerimonia si è conclusa con la premiazione delle scuole vincitrici della X edizione del concorso "I giovani ricordano la Shoah".

* * *

Documentari. "Un treno per Auschwitz". Vedi il Vedi il documentario in onda su Labor Tv..

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domenica 1 gennaio 2012

Rigenerare la politica per dare futuro all'Italia

Il Paese è chiamato a sacrifici inevitabili, ma questi non saranno inutili se l'economia tornerà a crescere. Coesione, solidarietà, equità, produttività. Rigenerare la politica per dare futuro all'Italia.

Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo messaggio di fine anno.

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sabato 17 dicembre 2011

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lunedì 14 novembre 2011

Crisi. Appello di Cgil, Cisl e Uil a Napolitano ad intervenire per porre fine alle pesanti questioni che impediscono all'isola di riprendere la strada dello sviluppo

14 Novembre 2011- "Signor Presidente, Le giunga dalla manifestazione appena conclusa un appello ad intervenire per porre fine alle pesanti questioni che da troppo tempo impediscono alla nostra splendida Isola di riprendere la strada dello sviluppo, non riusciamo più ad essere competitivi sia nel settore industriale che in quello agricolo, comparti oramai in ginocchio e che continuano a perdere occupazione".

Così le segreterie regionale di Cgil, Cisl e Uil nella lettera inviata al Presidente Napolitano " a poche ore "dalla più grande manifestazione che il Popolo Sardo abbia mai realizzato nella storia della sua autonomia".

Egregio Presidente, "ci sentiamo in dovere di rivolgerci alla Sua persona per il prestigio istituzionale che deriva dalla Sua carica, ma soprattutto dall'esempio che quotidianamente Lei riesce a dare al mondo intero, rendendo orgogliosi gli italiani".(...)
"Una piazza, gremita da oltre 60.000 persone, - ha messo in atto una grande protesta contro una crisi pesantissima che cancella migliaia di posti di lavoro e relega i giovani e le donne ai margini di una società che regredisce quotidianamente, che nega il primo diritto costituzionale e la possibilità di avere un futuro. Nel momento in cui il paese si appresta a compiere la scelta di un cambio di Governo, affidando questa delicatissima fase ad un esecutivo tecnico istituzionale, Le chiediamo un impegno a porre rimedio ad un'ingiustizia che si sta compiendo in sfavore del Popolo Sardo.

È, infatti, dal 2010 che ci vengono negate le risorse previste dall'articolo 8 del nostro Statuto e dall'intesa Stato-Regione: sono risorse importanti, circa 800 milioni di euro su base annua, che sono indispensabili per poter avviare una nuova sta-gione di sviluppo e di rinascita e per poter creare quelle opportunità di lavoro che mancano.
Come poi non richiamare l'annoso problema relativo al mancato ricono-scimento della condizione di insularità, che ci impedisce di poter competere in un sistema che è sempre più globale e sempre meno inclusivo?

La Sardegna è l'unica regione italiana a non avere regioni contigue, ad essere tagliata fuori dalle importanti reti transeuropee, a non avere riconosciuto il diritto alla mobilità delle persone e delle merci. Siamo anche la regione che ha una dotazione infrastrutturale del 50% inferiore alla media nazionale, con un apparato industriale paurosamente ridimensionato e il tasso di disoccupazione totale e soprattutto giovanile (38,8%) tra i più alti d'Italia e d'Europa.

Le saremo grati se volesse prendere a cuore i nostri problemi e trasmetterli al nuovo Governo, così come vorremmo avere l'opportunità di incontrarLa nella visita che dovrà fare nei prossimi giorni alla città di Cagliari"

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venerdì 23 settembre 2011

Quirinale. Cerimonia di apertura dell'anno scolastico. Il discorso di Napolitano

""Ma proprio nell'affermare criteri di massimo rigore e di effettiva produttività nella spesa pubblica, nel mettere mano a una sua profonda revisione e selezione, è possibile e necessario stabilire un nuovo ordine di priorità, nel quale non sia riservata alla scuola una collocazione riduttiva, attribuendo una quota chiaramente insufficiente alle risorse per l'istruzione, l'alta formazione, la ricerca"".

Questo uno dei passaggi salienti del discorso pronunciato oggi pomeriggio dal Presidente della Repubblica, in occasione della cerimonia di apertura dell'anno scolastico, svoltasi nel Palazzo del Quirinale.

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domenica 21 agosto 2011

Napolitano: sulla crisi, liberarsi da approcci angusti e strumentali

Intervenendo all'incontro su "150 anni di sussidiarietà" nell'ambito del Meeting per l'Amicizia fra i Popoli apertosi oggi a Rimini, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha toccato, in un applaudito discorso, il tema della drammatica emergenza che il Paese è tenuto a misurarsi in questi giorni, rivolgendo un ennesimo e fermissimo richiamo a tutti i soggetti politici e sociali perchè si liberino di approcci angusti e strumentali, mostrandosi all'altezza delle sfide che occorre affrontare e superare.

Forte il monito rivolto al Governo e al Parlamento perchè le misure in via di approvazione, inevitabili e necessarie, siano connotate nel segno dell'equità, condizione indispensabile per renderle accettabili e sopportabili. In modo esplicito Napolitano ha posto l'esigenza di dare ulteriore vigore e rigore alla lotta contro l'evasione fiscale; alle forze sociali l'invito a "proiettarsi pienamente oltre approcci legati a pur legittimi interessi settoriali".

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martedì 28 giugno 2011

I silenzi del TAR Lazio rappresentati anche a Napolitano

Un ritardo incomprensibile e intollerabile, che prolunga ulteriormente lo stato di “incertezza del diritto” per le attuali “graduatorie ad esaurimento” la cui compilazione deve ritenersi tuttora provvisoria, essendo in parte avvenuta in esecuzione di provvedimenti di natura cautelare: si tratta di provvedimenti che il TAR Lazio ha disposto in attesa di pronunciarsi con una sentenza di merito sul contenzioso di cui era stato investito e su cui aveva sollevato una questione di legittimità costituzionale.

La sentenza della Corte Costituzionale è stata depositata lo scorso 9 febbraio e la 3ª sezione del TAR Lazio si è riunita in camera di consiglio il 3 marzo: da allora è silenzio assoluto.Su questa situazione di incertezza, che non ha più ragion d’essere e contribuisce a dare continuità ad un interminabile contenzioso, la CISL Scuola è più volte intervenuta: da ultimo, ha ritenuto opportuno porre la questione all’attenzione del Capo dello Stato, con una lettera in cui si sottolinea la necessità di garantire la certezza dell’azione giurisdizionale e conseguentemente la regolarità dell’azione dell’amministrazione scolastica.

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martedì 22 marzo 2011

L'intervento di Napolitano a Montecitorio

Il testo completo dell'intervento del Presidente della Repubblica durante la seduta comune del Parlamento in occasione dell'apertura delle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia: "Reggeremo alle prove che ci attendono a condizione che operi nuovamente un forte cemento unitario".

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venerdì 11 marzo 2011

NAPOLITANO: investire su scuola e ricerca

"E' essenziale promuovere l'innalzamento degli standard formativi e valorizzare le migliori energie intellettuali e creative: soltanto investendo su tali priorità sarà possibile superare le attuali difficoltà di ordine economico e sociale ed affrontare efficacemente le grandi sfide del nostro tempo … Occorre, come ho più volte sottolineato, prestare ascolto alle pressanti richieste provenienti dal mondo giovanile e fornire risposte concrete a generazioni di studenti che troppo spesso vedono ostacolato il percorso di crescita personale e professionale e vanificate la fiducia e la speranza che hanno motivato il loro impegno nello studio e nella ricerca".

(dal messaggio di saluto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla conferenza internazionale "Capitale umano e occupazione nell'area europea e mediterranea", in corso a Bologna, 10 marzo 2011)

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venerdì 7 gennaio 2011

NAPOLITANO: SERVE SPIRITO DI CONDIVISIONE E UN SALTO DI QUALITA' DELLA POLITICA

Pubblichiamo il testo integrale del messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Buona sera e Buon Anno a voi tutti, italiane e italiani di ogni generazione. Non vi stupirete, credo, se dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un'occupazione, cercano una strada.

Dedico loro questo messaggio, perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell'Italia.

Incontrando di recente, per gli auguri natalizi, i rappresentanti del Parlamento e del governo, delle istituzioni e dei corpi dello Stato, ho espresso la mia preoccupazione per il malessere diffuso tra i giovani e per un distacco ormai allarmante tra la politica, tra le stesse istituzioni democratiche e la società, le forze sociali, in modo particolare le giovani generazioni.

Ma non intendo tornare questa sera su tutti i temi di quell'incontro. Ribadisco solo l'esigenza di uno spirito di condivisione - da parte delle forze politiche e sociali - delle sfide che l'Italia è chiamata ad affrontare; e l'esigenza di un salto di qualità della politica, essendone in giuoco la dignità, la moralità, la capacità di offrire un riferimento e una guida.

Ma a questo riguardo voi che mi ascoltate non siete semplici spettatori, perché la politica siete anche voi, in quanto potete animarla e rinnovarla con le vostre sollecitazioni e i vostri comportamenti, partendo dalle situazioni che concretamente vivete, dai problemi che vi premono.

Siamo stati anche nel corso di quest'anno 2010 dominati dalle condizioni di persistente crisi e incertezza dell'economia e del tessuto sociale, e ormai da qualche tempo si è diffusa l'ansia del non poterci più aspettare - nella parte del mondo in cui viviamo - un ulteriore avanzamento e progresso di generazione in generazione come nel passato.

Ma non possiamo farci paralizzare da quest'ansia: non potete farvene paralizzare voi giovani. Dobbiamo saper guardare in positivo al mondo com'è cambiato, e all'impegno, allo sforzo che ci richiede. Che esso richiede specificamente e in modo più pressante a noi italiani, ma non solo a noi: all'Europa, agli Stati Uniti. Se il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile, ciò non significa che si debba rinunciare al desiderio e alla speranza di nuovi e più degni traguardi da raggiungere nel mondo segnato dalla globalizzazione.

E innanzitutto è conquista anche nostra, è conquista della nostra comune umanità il rinascere di antiche civiltà, il travolgente sviluppo di economie emergenti, in Asia, in America Latina, in altre regioni - anche in Africa ci si è messi in cammino - rimaste a lungo ai margini della modernizzazione. E' conquista della nostra comune umanità il sollevarsi dall'arretratezza, dalla povertà, dalla fame di centinaia di milioni di uomini e donne nel primo decennio di questo nuovo millennio. Paesi e popoli con i quali condividere lo slancio verso un mondo globale più giusto, più comprensivo dell'apporto di tutti, più riconciliato nella pace e in uno sviluppo davvero sostenibile.

E' in effetti possibile un impegno comune senza precedenti per fronteggiare le sfide e cogliere le opportunità di questo grande tornante storico. Siamo tutti chiamati a far fronte ancora alla sfida della pace, sempre messa a dura prova da persistenti e ricorrenti conflitti e da cieche trame terroristiche: della pace e della sicurezza collettiva, che esigono tra l'altro una nuova assunzione di responsabilità nella Comunità Internazionale da parte delle grandi potenze emergenti. Siamo chiamati a cogliere le opportunità di un processo di globalizzazione tuttora ambiguo nelle sue ricadute sul terreno dei diritti democratici e delle diversità culturali, ed estremamente impegnativo per continenti e paesi - l'Europa, l'Italia - che tendono a perdere terreno nell'intensità e qualità dello sviluppo.

Ecco, da questo scenario non possono prescindere i giovani nel porsi domande sul futuro. Non possono porsele senza associare strettamente il discorso sull'Italia e quello sull'Europa, senza ragionare da italiani e da europei. Molto dipenderà infatti per noi dalla capacità dell'Europa di agire davvero come Unione: Unione di Stati e di popoli, ricca della sua pluralità, e forte di istituzioni che sempre meglio le consentano di agire all'unisono, di integrarsi più decisamente.

Solo così si potrà non solo superare l'attacco all'Euro e una insidiosa crisi finanziaria nell'Eurozona, ma aprire una nuova prospettiva di sviluppo dell'economia e dell'occupazione nel nostro continente, ed evitare il rischio della sua irrilevanza o marginalità in un mondo globale che cresca lontano da noi. Sono convinto che questa sia una verità destinata a farsi strada anche in quei paesi europei in cui può serpeggiare l'illusione del fare da soli, l'illusione dell'autosufficienza.

Pensare con positivo realismo in termini europei equivale a non illuderci, in Italia, di poter sfuggire agli imperativi sia della sostenibilità della finanza pubblica sia della produttività e competitività dell'economia e più in generale del sistema-paese. D'altronde, sono convinto che quando i giovani denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità reali, di opportunità cui accedere nell'eguaglianza dei punti di partenza secondo lo spirito della nostra Costituzione.

Nelle condizioni dell'Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità individuale e collettiva di superare le prove che già ci incalzano. Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell'aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale.

Trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare. Questo dovrebbe essere l'oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall'abituale frastuono e da ogni calcolo tattico.

Ma affrontare il problema della riduzione del debito pubblico e della spesa corrente, così come mettere mano a una profonda riforma fiscale, vuol dire compiere scelte significative anche se difficili. Si debbono o no, ad esempio, fare salve risorse adeguate, a partire dai prossimi anni, per la cultura, per la ricerca e la formazione, per l'Università?

Che questa scelta sia da fare, lo ha detto il Senato accogliendo espliciti ordini del giorno in tal senso prima di approvare la legge di riforma universitaria. Una legge il cui processo attuativo - colgo l'occasione per dirlo a coloro che l'hanno contestata - consentirà ulteriori confronti in vista di più condivise soluzioni specifiche, e potrà essere integrato da nuove decisioni come quelle auspicate dallo stesso Senato.

Occorre in generale individuare priorità che siano riferibili a quella strategia di più sostenuta crescita economico-sociale che per l'Italia è divenuta - dopo un decennio di crescita bassa e squilibrata - condizione tassativa per combattere il rischio del declino anche all'interno dell'Unione Europea. Vorrei fosse chiaro che sto ragionando sul da farsi nei prossimi anni; giudizi sulle politiche di governo non competono al Capo dello Stato, ma appartengono alle sedi istituzionali di confronto tra maggioranza e opposizione, in primo luogo al Parlamento.

E vorrei fosse chiaro che parlo di una strategia, e parlo di priorità, da far valere non solo attraverso l'azione diretta dello Stato e di tutti i poteri pubblici, ma anche attraverso la sollecitazione di comportamenti corrispondenti da parte dei soggetti privati.

Abbiamo, così, bisogno non solo di più investimenti pubblici nella ricerca, ma di una crescente disponibilità delle imprese a investire nella ricerca e nell'innovazione. Passa anche di qui l'indispensabile elevamento della produttività del lavoro: tema, oggi, di un difficile confronto - che mi auguro evolva in modo costruttivo - in materia di relazioni industriali e organizzazione del lavoro. Reggere la competizione in Europa e nel mondo, accrescere la competitività del sistema-paese, comporta per l'Italia il superamento di molti ritardi, di evidenti fragilità, comporta lo scioglimento di molti nodi, riconducibili a riforme finora mancate.

E richiede coraggio politico e sociale, per liberarci di vecchie e nuove rendite di posizione, così come per riconoscere e affrontare il fenomeno di disuguaglianze e acuti disagi sociali che hanno sempre più accompagnato la bassa crescita economica almeno nell'ultimo decennio. Disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Impoverimento di ceti operai e di ceti medi, specie nelle famiglie con più figli e un solo reddito. E ripresa della disoccupazione, sotto l'urto della crisi globale scoppiata nel 2008.

Gli ultimi dati ci dicono che le persone in cerca di occupazione sono tornate a superare i due milioni, di cui quasi uno nel Mezzogiorno; e che il tasso di disoccupazione nella fascia di età tra i 15 anni e i 24 - ecco di nuovo il discorso sui giovani, nel suo aspetto più drammatico - ha raggiunto il 24,7 per cento nel paese, il 35,2 nel Mezzogiorno e ancor più tra le giovani donne. Sono dati che debbono diventare l'assillo comune della Nazione. Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l'Italia: ed è in scacco la democrazia.

Proprio perché non solo speriamo, ma crediamo nell'Italia, e vogliamo che ci credano le nuove generazioni, non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti, di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo.

C'è troppa difficoltà di vita quotidiana in diverse sfere sociali, troppo malessere tra i giovani. Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare: proprio per poter suscitare un vasto moto di energie e di volontà, capace di mettere a frutto tradizioni, risorse e potenzialità di cui siamo ricchi. Quelle che abbiamo accumulato nella nostra storia di centocinquant'anni di Italia unita. Celebrare quell'anniversario, come abbiamo cominciato a fare e ancor più faremo nel 2011, non è perciò un rito retorico.

Non possiamo come Nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato. Ci serve, ci aiuta, ripercorrere nelle sue asprezze e contraddizioni il cammino che ci portò nel 1861 a diventare Stato nazionale unitario, ed egualmente il cammino che abbiamo successivamente battuto, anche fra tragedie sanguinose ed eventi altamente drammatici. Vogliamo e possiamo recuperare innanzitutto la generosità e la grandezza del moto unitario: e penso in particolare a una sua componente decisiva, quella dei volontari. Quanti furono i giovani e giovanissimi combattenti ed eroi che risposero, anche sacrificando la vita, a quegli appelli per la libertà e l'Unità dell'Italia! Dovremmo forse tacerne, e rinunciare a trarne ispirazione?

Ma quello resta un patrimonio vivo, cui ben si può attingere per ricavarne fiducia nelle virtù degli italiani, nel loro senso del dovere comune e dell'unità, e nella forza degli ideali. Ed è patrimonio vivo quello del superamento di prove meno remote e già durissime, come il liberarci dalla dittatura fascista, il risollevarci dalla sconfitta e dalle distruzioni dell'ultima guerra, ricostruendo il paese e trovando l'intesa su una Costituzione animata da luminosi principi. No, nulla può oscurare il complessivo bilancio della profonda trasformazione, del decisivo avanzamento che l'Unità, la nascita dello Stato nazionale e la sua rinascita su basi democratiche hanno consentito all'Italia.

Di quel faticoso cammino è stato parte il ricercare e stabilire - come ha voluto sottolineare ancora di recente il Pontefice, indirizzandoci un pensiero augurale che sentitamente ricambio - "giuste forme di collaborazione fra la comunità civile e quella religiosa". Sono convinto che nelle nuove generazioni sia radicato il valore dell'unità nazionale, e insieme il valore dello Stato unitario come presidio irrinunciabile nell'era del mondo globale.

Uno Stato, peraltro, in via di ulteriore rinnovamento secondo un disegno di riforma già concretizzatosi nella legge sul federalismo fiscale. Sarà essenziale attuare quest'ultima in piena aderenza ai principi di "solidarietà e coesione sociale" cui è stata ancorata. Sarà essenziale operare su tutti i piani per sanare la storica ferita di quel divario tra Nord e Sud che si va facendo perfino più grave, mentre risulta obbiettivamente innegabile che una crescita più dinamica dell'economia e della società nazionale richiede uno sviluppo congiunto, basato sulla valorizzazione delle risorse disponibili in tutte le aree del paese.

Il futuro da costruire - guardando soprattutto all'universo giovanile - richiede un impegno generalizzato. Quell'universo è ben più vasto e vario del mondo studentesco. A tutti rivolgo ancora la più netta messa in guardia contro ogni cedimento alla tentazione fuorviante e perdente del ricorso alla violenza. In particolare, poi, invito ogni ragazza e ragazzo delle nostre Università a impegnarsi fino in fondo, a compiere ogni sforzo per massimizzare il valore della propria esperienza di studio, e li invito a rendersi protagonisti, con spirito critico e seria capacità propositiva, dell'indispensabile rinnovamento dell'istituzione Università e del suo concreto modo di funzionare.

Investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità. Che questa sia la strada giusta, ho potuto verificarlo in tante occasioni. Dall'incontro, nel gennaio scorso, con gli studenti di Reggio Calabria impegnati sul tema della legalità, a quello, in novembre, con i giovani volontari di Vicenza mobilitatisi per far fronte all'emergenza alluvione; e via via potendo apprezzare realtà altamente significative.

Penso ai giovani che con grandissima consapevolezza e abnegazione fanno la loro parte nelle missioni militari in aree di crisi: alle famiglie di quelli tra loro che sono caduti - purtroppo ancora oggi - e di tutti gli altri che compiono il loro dovere esponendosi a ogni rischio, desidero rinnovare stasera la mia, la nostra gratitudine e vicinanza. Penso ai giovani magistrati e ai giovani appartenenti alle forze di polizia, che contribuiscono in modo determinante al crescente successo nella lotta per liberare l'Italia da uno dei suoi gravi condizionamenti negativi, la presenza aggressiva e inquinante della criminalità organizzata.

Sì, possiamo ben aprirci la strada verso un futuro degno del grande patrimonio storico, universalmente riconosciuto, della Nazione italiana. Facciano tutti la loro parte : quanti hanno maggiori responsabilità - e ne debbono rispondere - nella politica e nelle istituzioni, nell'economia e nella società, ma in pari tempo ogni comunità, ogni cittadino.

Dovunque, anche a Napoli: lasciatemi rivolgere queste parole di incitamento a una città per la cui condizione attuale provo sofferenza come molti in Italia. Faccia anche a Napoli la sua parte ogni istituzione, ogni cittadino, nello spirito di un impegno comune, senza cedere al fatalismo e senza tirarsi indietro. Sentire l'Italia, volerla più unita e migliore, significa anche questo, sentire come proprio il travaglio di ogni sua parte, così come il travaglio di ogni sua generazione, dalle più anziane alle più giovani.

A tutti, dunque, agli italiani e agli stranieri che sono tra noi condividendo doveri e speranze, il mio augurio affettuoso, il mio caloroso buon 2011.

Palazzo del Quirinale, 31.12.2010

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mercoledì 22 settembre 2010

Grazie Presidente!

E’ discorso chiaro ed impegnativo quello che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha sviluppato al Quirinale nella cerimonia per l’avvio dell’anno scolastico.

Un messaggio da cogliere nella sua interezza e da assumere come linea guida da parte di tutti: ragazzi, insegnanti, famiglie, attori sociali e forze politiche.
Lo sviluppo, non soltanto economico ma anche sociale e civile del Paese, potrà realizzarsi soltanto a partire dalla qualità di una buona scuola.

L’invito del Presidente a riconoscere la priorità dell’istruzione nell’assegnazione delle risorse pubbliche, così come il richiamo a una cultura e a una pratica del merito da legare a riforme mirate a “sanare squilibri, disparità, disuguaglianze” devono impegnare ogni parte politica e ogni attore sociale a trovare le risposte necessarie e possibili alla situazione di criticità e di sofferenza che la nostra scuola sta patendo.

Il prossimo 5 ottobre si celebrerà la “giornata mondiale degli insegnanti” che quest’anno, nel contesto di una crisi economica ancora in atto, sarà imperniata sull’idea che “la ripresa passa attraverso gli insegnanti”.

Anche per questo cogliamo con attenzione, gratitudine e impegno le parole del Presidente della Repubblica.

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mercoledì 15 settembre 2010

Dichiarazione di Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola sull'odierno "monito" del Presidente della Repubblica

Siamo grati, ancora una volta, al Presidente Napolitano, intervenuto oggi ad indicare la necessità di rivolgere alla scuola maggior attenzione e più risorse, per far sì che la "scommessa" sul suo futuro e sul futuro delle nuove generazioni e del Paese sia una sfida vincente.

L'ammonimento di Napolitano, così come la sua recente esortazione al Parlamento affinché dedichi un'apposita sessione alla scuola e alle sue problematiche, ivi compresa quella drammatica del precariato, merita di essere accolto con doverosa attenzione e disponibilità.

E' un autorevole richiamo sulla necessità e l'urgenza, dalla CISL Scuola fortemente condivise, di mettere al centro della discussione politica e dell'agenda parlamentare la scuola e l'istruzione in un'ottica di investimento.

Dalla crisi si esce con lungimiranti prospettive di crescita dei nostri ragazzi, in un mondo sempre più tecnologicamente globalizzato.

Ognuno faccia la sua parte: Governo, Parlamento, Regioni, Enti locali, forze politiche e sindacati.

La scuola non può essere terreno di scontro e di contrapposizioni ideologiche, va assunta da tutti come bene comune da sostenere e valorizzare, facendone il fulcro centrale di un rinnovato processo di competitività dell'intero "sistema paese".

Roma, 15 settembre 2010

Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola

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lunedì 26 aprile 2010

Le alte e appassionate parole dell'intervento del Presidente Napolitano al 65° anniversario della Liberazione

Milano (Teatro alla Scala, 24 aprile 2010)

- Signora Sindaco, Signor Presidente della Provincia, Signor Presidente della Regione, Signori rappresentanti del Comitato Antifascista e di tutte le associazioni partigiane e combattentistiche, Signor Presidente del Consiglio, Onorevoli parlamentari, Autorità, cittadini di Milano, si può facilmente comprendere con quale animo io abbia accolto l'invito a celebrare a Milano il 65° anniversario della Liberazione.

Con animo grato, per la speciale occasione che mi veniva offerta, con viva emozione e con grande rispetto per quel che Milano ha rappresentato in una stagione drammatica, in una fase cruciale della storia d'Italia. E tanto più forte è l'emozione nel rivolgere questo mio discorso al paese dal palcoscenico del glorioso Teatro La Scala, che seppe risollevarsi dai colpi distruttivi della guerra per divenire espressione e simbolo, nel mondo intero, della grande tradizione musicale e culturale italiana.

Si, viva e sincera è la mia emozione perché fu Milano che assunse la guida politica e militare della Resistenza. Nel gennaio del 1944, il Comitato di Liberazione Nazionale lombardo venne investito dal CLN di Roma - nella prospettiva di una non lontana liberazione della capitale, e di una separazione dell'Italia settentrionale dal resto d'Italia - dei poteri di "governo straordinario del Nord". Esso si trasformò così in Comitato Nazionale di Liberazione per l'Alta Italia e si mise all'opera per assicurare la massima unitarietà di orientamenti e di direttive al movimento di liberazione. Più avanti - superata la crisi dell'inverno 1944 e avvicinandosi la fase conclusiva della lotta - si costituirà, per assicurare anche sul piano militare la necessaria unitarietà di direzione, il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà: lo guiderà il generale Raffaele Cadorna. Seguono ben presto i piani pre-insurrezionali, che vedono al primo posto il cruciale obbiettivo della difesa degli impianti dalle minacce di distruzione tedesche, e infine i piani operativi per l'insurrezione, soprattutto nelle tre città-chiave della Resistenza nel Nord, Torino, Milano, Genova.

Nel piano di Milano, di lì irradiandosi le direttive per tutta la periferia, è previsto l'impiego di 32 mila partigiani. L'insurrezione si prepara come sbocco, sempre più maturo, dello sviluppo - con l'approssimarsi della primavera, e al prezzo di duri sforzi e sacrifici - delle azioni partigiane (2 mila nell'area di Milano tra febbraio e aprile) ; essa non è dunque la fiammata di un giorno glorioso, ma il frutto di una lunga, eroica semina e di una sapiente organizzazione finale.

Genova è la prima ad insorgere, per decisione presa dal CLN già la sera del 23 aprile ; il piano si snoda attraverso momenti drammatici e prove magnifiche da parte delle squadre partigiane, e si conclude la sera del 25 con la firma, da parte del generale Meinhold, dell'atto di resa delle forze armate germaniche alle Forze Armate del Corpo Volontari della Liguria e, per esse, al Presidente del CLN di Genova. Ne dà l'annuncio alla radio Paolo Emilio Taviani, tra i protagonisti dell'insurrezione, con le solenni parole: "Per la prima volta nella storia di questa guerra un corpo d'Esercito si è arreso dinanzi alle forze spontanee di popolo".

A Milano, la decisione viene presa, l'ordine viene impartito, per il 25 aprile - in rapporto con le notizie provenienti da Genova - dal Comitato insurrezionale: Sandro Pertini, Emilio Sereni, Leo Valiani. Cade, già nel pomeriggio del 24, prima vittima, Gina Galeotti Bianchi, dirigente dei Gruppi di difesa delle donne, la partigiana Lia, ricordata e onorata proprio giorni fa alla Camera dei Deputati. La mattina del 25 Sandro Pertini, già impegnatosi in audaci azioni di attacco, accorre alla fabbrica CGE, dinanzi ai cui cancelli due operai, precedentemente rinchiusi a San Vittore, sono stati trascinati e brutalmente uccisi anche per intimorire le maestranze : Pertini parla ai lavoratori nel piazzale portando l'appello del Comitato insurrezionale. La sera del 26 Milano è praticamente liberata. Gli ultimi reparti tedeschi capitoleranno all'arrivo in città delle divisioni partigiane dell'Oltrepo pavese.

In quei tesissimi giorni, si consumeranno a Milano anche gli ultimi tentativi di impossibili trattative cui si erano mostrati ambiguamente disponibili i capi fascisti. E a Milano si compì poi il tragico epilogo dell'avventura mussoliniana, in uno scenario di orrore che replicò altri orrori inscenati nello stesso luogo di Piazzale Loreto. La guerra era finita, con la vittoria delle forze alleate; e insieme era finita, con la sconfitta del fascismo repubblichino, anche la guerra civile fatalmente intrecciatasi con la Resistenza.

Nel Campo della gloria al Cimitero maggiore verranno raccolti i resti mortali, verranno scolpiti i nomi, di 4.134 cittadine e cittadini milanesi caduti per la libertà tra l'8 settembre 1943 e la primavera del '45, di 2.351 partigiani del Corpo Volontari della Libertà. Ho voluto partire da un sommario richiamo a drammatici eventi, a memorabili momenti della storia della Resistenza - per quanto più volte e più puntualmente ripercorsi nelle celebrazioni del 25 aprile - perché mai in queste celebrazioni, e dunque nemmeno in quella di oggi, si può smarrire il riferimento ai fatti, al vissuto, a quel che fu un viluppo di circostanze concrete, di dilemmi, di scelte difficili, di decisioni coraggiose e costose, di sconfitte e di successi; non si può mai smarrire il riferimento a tutto ciò, rinunciare a ricostruire e tramandare costantemente quelle esperienze reali, se non si vuole ridurre il movimento di Liberazione a immagine sbiadita o ad oggetto di dispute astratte.

Nella mia rapida rievocazione del ruolo di Milano in quegli eventi, è risuonato il nome di Sandro Pertini. E non c'è migliore occasione di questa per ricordarlo a vent'anni dalla scomparsa. Perché il suo nome spicca in tutto il percorso della Resistenza, tra quelli che da Milano la guidarono, come protagonisti del Comitato di Liberazione Alta Italia, del Comando del Corpo Volontari della Libertà, del Comitato insurrezionale.

Fu combattente instancabile, senza eguali per slancio, audacia, generosità, a cominciare dalla partecipazione - all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre - al disperato tentativo di resistere ai tedeschi nel cuore di Roma, a Porta San Paolo, dopo che il Re è fuggito a Pescara e la capitale è stata militarmente abbandonata. Pertini è lì, reduce da lunghi anni di carcere, di confino e di esilio ; è lì anche da vecchio combattente, medaglia d'argento, della prima guerra mondiale. Ne uscirà capo dell'organizzazione militare del Partito socialista per l'Italia centrale occupata.Ma già il 15 ottobre viene arrestato, insieme con Giuseppe Saragat e altri socialisti, invano interrogato per due giorni e due notti in Questura, rinchiuso a Regina Coeli (inizialmente nel braccio tedesco), fino a quando tutto il gruppo dei sette socialisti poté evaderne grazie a un piano ingegnoso che ebbe tra i suoi registi un grande patriota, poi eminente giurista e uomo pubblico, Giuliano Vassalli.

Pertini riprese così il suo posto nella lotta contro l'occupazione tedesca, cui si dedicò, da Roma, in tutti i primi mesi del '44: il 3 aprile Vassalli fu trascinato nella famigerata via Tasso e sottoposto ad ogni violenza dalle SS. Nel mese successivo si avviano colloqui al più alto livello in Vaticano con il comandante delle SS in Italia per evitare la distruzione della capitale (e da quei contatti scaturì anche la liberazione di Vassalli). Il progetto dell'insurrezione a Roma viene accantonato; Pertini sceglie allora, a metà maggio, di partire per Milano, perché "lassù" - disse - "c'era tanto da fare e da combattere". E da Milano si muoverà per portare il suo contributo e il suo impulso in tutto il Nord.

A luglio è chiamato a Roma per consultazioni politiche: ma si ferma a Firenze per partecipare all'insurrezione fino a liberare la città dai tedeschi. Giunto a Roma, freme per tornare al più presto a Milano: e per raggiungere quella meta compie un viaggio quanto mai avventuroso, in aereo fino a Digione in Francia, e poi valicando con una guida il Monte Bianco. Di lì a Cogne e a Torino, e finalmente a Milano, in tempo per contribuire a organizzare e guidare la fase finale della guerra di Liberazione.

L'immagine conclusiva del suo impegno - come poi dirà la motivazione della medaglia d'oro al valor militare - di "prezioso e insostituibile animatore e combattente" della Resistenza, è rimasta consegnata alla fotografia che lo ritrae mentre tiene il suo primo discorso, dopo decenni di privazione della libertà, il 26 aprile 1945 a Piazza del Duomo.E' stato - dobbiamo dirlo - un onore per l'Italia, un onore per la Repubblica, avere tra i suoi Presidenti Sandro Pertini.

L'omaggio che oggi gli rendo, anche con forte sentimento personale per il rapporto che ci fu tra noi, vorrei fosse però incitamento ed auspicio per un nuovo, deciso impegno istituzionale, politico, culturale, educativo diretto a far conoscere e meditare vicende collettive ed esempi personali che danno senso e dignità al nostro essere italiani come eredi di ispirazioni nobilissime, di insegnamenti altissimi, più forti delle meschinità e delle degenerazioni da cui abbiamo dovuto risollevarci. Un impegno siffatto è mancato, o è sempre rimasto molto al di sotto del necessario. Abbiamo esitato, esitiamo a presentare in tutte le sue luci il patrimonio che ci ha garantito un posto più che degno nel mondo: esitiamo per eccessiva ritrosia, per timore, oltre ogni limite, della retorica e dei miti, o per sostanziale incomprensione del dovere di affermare, senza iattanza ma senza autolesionismi, quel che di meglio abbiamo storicamente espresso e rappresentiamo.

E questo amaro discorso vale per le grandi pagine e le grandi figure del processo che condusse, 150 anni fa, all'Unità d'Italia ; così come per le più luminose pagine e figure dell'antifascismo e della Resistenza. Perfino a Sandro Pertini, che pure è stato Presidente amato e popolare, non abbiamo - al di là di quel che con affetto lo ricorda nella sua terra natale - saputo dedicare un memorial, un luogo di memorie, come quelli che in grandi paesi democratici (si pensi agli Stati Uniti d'America) onorano e fanno vivere le figure dei maggiori rappresentanti della storia, per quanto travagliata, della nazione.

Eppure, l'identità, la consapevolezza storica, l'orgoglio nazionale di un paese traggono forza dalla coltivazione e valorizzazione di fatti, di figure, di simboli, in cui il popolo, in cui i cittadini possano riconoscersi traendone motivi di fierezza e di fiducia.

Naturalmente, l'impegno che sollecito, riferito alla Resistenza, esige - per dispiegarsi pienamente, per ottenere riscontri positivi e suscitare il più largo consenso - la massima attenzione nel declinare correttamente il significato e l'eredità della Resistenza, in termini condivisibili, non restrittivi e settari, non condizionati da esclusivismi faziosi.

Guardiamo, per intenderci, a quel che si legge nel Diario di Benedetto Croce, alla data del 26 aprile 1945: "Grande sollievo per la rapida liberazione dell'alta Italia dai tedeschi senza le minacciate e temute distruzioni, e per opera dei patrioti e partigiani, che è gran beneficio, anche morale, per l'Italia".

Poche essenziali parole, con le quali il grande uomo di pensiero e di cultura liberale scolpì il valore della conclusione vittoriosa della Resistenza. Valore nazionale, per il "gran beneficio anche morale" assicurato all'Italia restituendole piena dignità di paese libero, liberatosi con le sue forze, di concerto con la determinante avanzata degli eserciti alleati ma senza restare inerte ad attenderne il trionfo. Chi può negare che l'apporto delle forze angloamericane fu decisivo per schiacciare la macchina militare tedesca, per scacciarne le truppe dal territorio italiano che occupavano e opprimevano? Certamente nessuno, ma è egualmente indubbio che il generoso contributo italiano, contro ogni comodo e calcolato attendismo, ci procurò un prezioso riconoscimento e rispetto.

E ho citato Benedetto Croce perché le parole, prive di ogni ombra di retorica ma così significative e lineari, di un'eminente figura dell'Italia prefascista, lontanissima dalle correnti ideali e politiche che attraversarono più ampiamente il moto resistenziale e che sarebbero risultate maggioritarie al momento della nascita della Repubblica, danno il segno di un'obbiettiva definizione del 25 aprile come storica giornata di riscatto nazionale, al di là di ogni caratterizzazione di parte.

Che cosa era in effetti accaduto in quei venti mesi tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945? Che cosa era accaduto a partire dal momento della presa d'atto - con l'armistizio - della disfatta in cui era culminata la disastrosa guerra voluta da Mussolini al fianco della Germania hitleriana? Che cosa era accaduto da quello che fu il momento del collasso dello Stato sabaudo fascistizzato e di un generale, pauroso sbandamento del paese, ma anche il momento dei primi segni di una nuova volontà di resistenza al sopruso e all'oppressione, di ritrovamento della propria fierezza e identità di italiani?

Era accaduto che nell'esperienza della partecipazione alla Resistenza, in tutte le sue forme ed espressioni, si era riscoperto, recuperato, rinnovato, un sentimento, un fondamentale riferimento emotivo e ideale che sembrava essersi dissolto. Praticamente dissolto, come aveva detto - già mesi prima della caduta del fascismo - lo stesso Benedetto Croce, in uno scritto che circolò clandestinamente: "Risuona oggi, alta su tutto, la parola libertà ; ma non un'altra che un tempo andava a questa strettamente congiunta: la patria, l'amore della patria, l'amore, per noi italiani, dell'Italia. Perché? Perché ... la ripugnanza sempre crescente contro il nazionalismo si è tirata dietro una sorta di esitazione e di ritrosia a parlare di 'patria' e di 'amor di patria'. Ma se ne deve riparlare, e l'amor della patria deve tornare in onore appunto contro il cinico e stolido nazionalismo, perché esso non è affine al nazionalismo, ma il suo contrario".

Ebbene, con la Resistenza, di fronte alla brutalità offensiva e feroce dell'occupazione nazista, rinacque proprio l'amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale. "Le parole 'patria' e 'Italia'" - scrisse poi una sensibilissima scrittrice, Natalia Ginzburg - che erano divenute "gonfie di vuoto", ci apparvero d'un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta.

E Carlo Azeglio Ciampi ha richiamato autobiograficamente il momento del "collasso dello Stato" nel settembre '43, quando lui e tanti altri "trovarono nelle loro coscienze l'orientamento", perché in esse "vibrava profondo il senso della Patria".

Personalmente, ho più volte ribadito come non ci si debba chiudere in rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza e in particolare del movimento partigiano, come non se ne debbano tacere i limiti e le ombre, come se ne possano mettere a confronto diverse letture e interpretazioni : senza che ciò conduca, sia chiaro, a sommarie svalutazioni e inaccettabili denigrazioni. E' comunque un fatto che anche studiosi attenti a cogliere le molteplici dimensioni del fenomeno della Resistenza, compresa quella di "guerra civile", non ne abbiano certo negato o sminuito quella di "guerra patriottica".

D'altronde, le "lettere dei condannati a morte della Resistenza" restano la più ricca, drammatica testimonianza delle motivazioni patriottiche dell'impegno e del sacrificio di tanti partigiani, soprattutto giovani partigiani. E quando parlo di tutte le forme e le espressioni di partecipazione alla Resistenza, attraverso le quali si è compiuta una vera e propria riscoperta del senso della patria e della nazione, mi riferisco in special modo alla rilevantissima componente costituita dal concorso dei militari al moto di liberazione, di riconquista della libertà e dell'indipendenza del paese: dai contingenti militari regolari chiamati a durissime prove all'indomani dell'armistizio - a Cefalonia, per non ricordare che un luogo-simbolo di quelle manifestazioni di eroico senso dell'onore e coraggio - agli ufficiali e ai soldati che si unirono alle formazioni partigiane, alle centinaia di migliaia di internati in Germania in campi di concentramento, alle nuove forze armate che si raccolsero nel Corpo Italiano di Liberazione.

A queste ultime ho dedicato lo scorso anno la cerimonia del 25 aprile a Mignano Montelungo, che fu teatro, nel dicembre 1943, di un'aspra battaglia e costituì "il battesimo di sangue del rinato Esercito italiano". Quell'azione dei nostri soldati fu esaltata dal Generale Clark, Comandante della V Armata americana, come esempio di determinazione per liberare il proprio paese dalla dominazione tedesca: "un esempio - egli disse - per i popoli oppressi d'Europa".

Naturali portatori, nella Resistenza, del senso della patria e della nazione furono i militari, e tra essi quelli che si unirono alle formazioni partigiane, che si collocarono nelle strutture clandestine del movimento di Liberazione. Ne furono portatori anche in termini di continuità, sia pure nel travaglio della partecipazione a una guerra antitetica a quella precedentemente combattuta. Un travaglio che si coglie nella lettera indirizzata alla moglie dal generale Giuseppe Perotti all'indomani della condanna a morte decretata dal Tribunale Speciale, e alla vigilia della fucilazione al Martinetto in Torino: egli scrive di un esito tragico, che "non so come classificare", di un "destino imperscrutabile" che comunque lo conduce a morire in guerra.

In quegli stessi giorni, il più giovane capitano Franco Balbis, arrestato e fucilato, il 5 aprile 1944, insieme col generale Perotti e con altri, tutti membri del Comitato Militare Regionale Piemontese, scrive alla madre di offrire la sua vita "per ricostruire l'unità italiana" dopo aver servito la Patria "sui campi d'Africa", e chiede che si celebrino "in una chiesa delle colline torinesi due messe", nell'anniversario della battaglia di Ain El Gazala e di quella di El Alamein, nelle quali aveva valorosamente combattuto.

Emerge in effetti da tante di quelle estreme motivazioni del proprio impegno e del proprio sacrificio, come nella scelta di schierarsi fino in fondo con la Resistenza avessero finito per confluire ideali di liberazione sociale, visioni universalistiche, aspirazioni a "un mondo migliore", consapevolezza antifascista, sete di libertà, e amore per l'Italia. E l'elemento unificante non poteva che essere questo, l'attaccamento alla propria terra, alla Patria, la volontà di liberarla. Ritorno sulle parole del capitano Balbis: "ricostruire l'unità italiana", come supremo obbiettivo per cui sacrificare la vita.

Si, vedete, amici, il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione: è Festa della riunificazione d'Italia. Dopo essere stata per 20 mesi tagliata in due, l'Italia si riunifica, nella libertà e nell'indipendenza. Se ciò non fosse accaduto, la nostra nazione sarebbe scomparsa dalla scena della storia, su cui si era finalmente affacciata come moderno Stato unitario nel 1861, con il compimento del moto risorgimentale.

Gli storici hanno analizzato anche l'aspetto del ricollegarsi della Resistenza al Risorgimento, ne hanno con misura pesato i molti segni, nella pubblicistica politica, nelle dichiarazioni programmatiche, negli stessi nomi delle formazioni partigiane, nello spirito che animava i militari deportati e internati in Germania. E se hanno poi potuto apparire abusate certe formule, e poco fondate le facili generalizzazioni, resta il fatto che la memoria del Risorgimento, il richiamo a quell'eredità - per quanto venisse assunto ambiguamente anche dall'altra parte - fu componente importante della piattaforma ideale della Resistenza.

Si trattò di un decisivo arricchimento di quella che era e rimase la matrice antifascista della guerra di Liberazione: nel più ampio e condiviso sentimento della Nazione, nel grande alveo della guerra patriottica si raccolsero forze che non erano state partecipi dell'antifascismo militante e fresche energie rappresentative di nuove, giovanissime generazioni. E questa caratterizzazione più ricca, e sempre meno di parte, della Resistenza si rispecchiò più tardi nel confronto costituente, nel disegno e nei principi della Costituzione repubblicana.

Se nella Costituzione possono ben riconoscersi - come dissi celebrando il 25 aprile due anno orsono a Genova, e come voglio ripetere - anche quanti vissero diversamente dai combattenti della libertà i drammatici anni 1943-45, "anche quanti ne hanno una diversa memoria per esperienza personale o per giudizi condivisi", è perché la Carta approvata nel '47 sancì - dandovi solide basi democratiche - una rinnovata identità e unità della nazione italiana.

Mi auguro che in questo spirito si celebri il 65° anniversario della Liberazione e Riunificazione d'Italia. "Il nostro paese ha un debito inestinguibile" - da detto un anno fa in un impegnativo discorso a Onna in Abruzzo il Presidente del Consiglio - "verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita per riscattare l'onore della patria...........": ricordando con rispetto "tutti i caduti", senza che "questo significhi neutralità o indifferenza". Si tratta in effetti di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale; ed è così che si stabilisce un ponte ideale con il prossimo centocinquantenario della nascita dello Stato unitario.

Mi si permetterà, credo, di ignorare qualche battuta sgangherata, che qua e là si legge, sulla ricorrenza del prossimo anno. Siamo chiari. Se noi tutti, Nord e Sud, tra l'800 e il 900, entrammo nella modernità, fu perché l'Italia si unì facendosi Stato; se, 150 anni dopo, siamo un paese democratico profondamente trasformatosi, tra i più avanzati in quell'Europa integrata che abbiamo concorso a fondare, è perché superammo i traumi del fascismo e della guerra, recuperando libertà e indipendenza, ritrovando la nostra unità.

Quella unità rappresenta oggi, guardando al futuro, una conquista e un ancoraggio irrinunciabili. Non può formare oggetto di irrisione, né considerarsi un mito obsoleto, un residuo del passato. Solo se ci si pone fuori della storia e della realtà si possono evocare con nostalgia, o tornare a immaginare, più entità statuali separate nella nostra penisola. Come bene intesero tutte le correnti e le figure di spicco del Risorgimento, l'Italia è chiamata a vivere come nazione e come Stato nell'unità del suo territorio, della sua lingua, della sua storia. Se non si consolidasse questa unità, finiremmo ai margini del processo di globalizzazione - che vede emergere nuovi giganti nazionali in impetuosa crescita - e anche ai margini del processo di integrazione europeo.

Un' Europa sempre più integrata e assertiva sulla base di istituzioni comuni è la sola dimensione entro la quale gli stessi Stati nazionali più forti del nostro continente potranno far valere insieme il loro patrimonio storico, la loro capacità di contribuire allo sviluppo di un più giusto e bilanciato sviluppo globale il cui baricentro si sta assestando lontano da noi. Ma non c'è nessuna contraddizione tra l'imperativo dell'integrazione, la salvaguardia della diversità delle tradizioni e delle culture nazionali, il rafforzamento della coesione e dell'unità nazionale di ciascuno Stato membro dell'Unione.

Per contare in Europa e per contare nel mondo di oggi e di domani, la nostra unità nazionale resta punto di forza e leva essenziale. Unità nazionale che non contrasta ma si consolida e arricchisce con il pieno riconoscimento e la concreta promozione delle autonomie, come d'altronde vuole la Costituzione repubblicana: quelle autonomie regionali e locali, di cui si sta rinnovando e accrescendo il ruolo secondo un'ispirazione federalistica.

Questa è la strada per far crescere di più e meglio tutto il nostro paese, in vista di obbiettivi che mai come ora ci appaiono critici e vitali per garantire innanzitutto il diritto al lavoro e prospettive di futuro per le giovani generazioni.

La complessità dei problemi che si sono venuti accumulando nei decenni dell'Italia repubblicana - talvolta per eredità di un più lontano passato - esige un grande sforzo collettivo, una comune assunzione di responsabilità. Questa esigenza non può essere respinta, quello sforzo non può essere rifiutato, come se si trattasse di rimuovere ogni conflitto sociale e politico, di mortificare una naturale dialettica, in particolare, tra forze di maggioranza e forze di opposizione.

Si tratta invece di uscire da una spirale di contrapposizioni indiscriminate, che blocca il riconoscimento di temi e impegni di più alto interesse nazionale, tali da richiedere una limpida e mirata convergenza tra forze destinate a restare distinte in una democrazia dell'alternanza. All'auspicabile crearsi di questo nuovo clima, può contribuire non poco il diffondersi tra gli italiani di un più forte senso dell'identità e unità nazionale.

Così ritengo giusto che si concepisca anche la celebrazione di anniversari come quello della Liberazione, al di là, dunque, degli steccati e delle quotidiane polemiche che segnano il terreno della politica. Le condizioni sono ormai mature per sbarazzare il campo dalle divisioni e incomprensioni a lungo protrattesi sulla scelta e sul valore della Resistenza, per ritrovarci in una comune consapevolezza storica della sua eredità più condivisa e duratura. Vedo in ciò una premessa importante di quel libero, lungimirante confronto e di quello sforzo di raccoglimento unitario, di cui ha bisogno oggi il paese, di cui ha bisogno oggi l'Italia.

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mercoledì 6 gennaio 2010

Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica

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giovedì 24 settembre 2009

Il testo dell'intervento del Presidente Napolitano alla cerimonia di apertura dell'a.s. 09/10 (Palazzo del Quirinale, 24.9.2009)

L'intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla cerimonia di apertura dell'anno scolastico raccoglie tutto il nostro apprezzamento. In modo semplice e chiaro sono indicati i tratti essenziali di una "buona scuola", che promuove le eccellenze senza rinunciare ad essere la scuola "di tutti e di ciascuno", fattore di crescita e di coesione sociale, operante nel segno dell'inclusione, della tolleranza, della serietà e della responsabilità.

Forte il richiamo, nelle parole del Presidente Napolitano, alla dimensione comunitaria cui deve sempre traguardare la formazione della persona, che si realizza pienamente solo nella relazione con gli altri. Un richiamo in forte sintonia col valore della solidarietà, che da sempre orienta il pensiero e l'azione del sindacato.

* * *

Palazzo del Quirinale, 24 settembre 2009

Il discorso del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Rivolgo innanzitutto un cordiale saluto alle autorità che sono oggi qui in rappresentanza del Governo e del Parlamento. Anche quest'anno saluto e ringrazio tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questa cerimonia, con il proprio lavoro e con la propria partecipazione.

Un saluto speciale ai veri protagonisti dell'evento: ai ragazzi qui presenti, a quelli che ci seguono da lontano.

Un saluto a tutto il mondo della scuola, con particolare affetto e fiducia agli insegnanti che sono il muro maestro della nostra scuola, ed egualmente ai tecnici, al personale non docente.

E insieme un saluto alle famiglie degli alunni la cui partecipazione al progetto educativo dei figli e dei nipoti è essenziale.

In questa occasione, vorrei ricordare e ringraziare anche altre persone che lavorano per una buona scuola. Coloro che nel Ministero della Pubblica Istruzione, negli Uffici Scolastici Regionali, negli assessorati di Regioni, Province e Comuni fanno funzionare la complessa macchina dell'istruzione, spesso aiutati da operatori del privato sociale, da studiosi di dipartimenti universitari e di centri di ricerca. In quest'area multiforme di istituzioni e di strutture operanti a tutti i livelli troviamo persone impegnate, creative, capaci di individuare problemi e proporre soluzioni nuove e socialmente utili. A questi silenziosi tessitori va la nostra gratitudine, e va il giusto sostegno e riconoscimento.

Quest'anno proprio sull'istruzione si sono puntati i riflettori. La crisi economica che stiamo attraversando ha suscitato accese discussioni in merito alle migliori strategie da seguire per superarla. Ci sono state e ci sono - come è normale - notevoli divergenze, ma su due punti si è registrato un riconoscimento praticamente unanime.

Dalla crisi l'Italia deve uscire migliore di come vi è entrata, bisogna quindi guardare alle risorse - soprattutto intellettuali e politiche - su cui far leva per superare le ragioni di debolezza strutturale del nostro sistema economico e sociale, per renderne possibile una crescita più sostenuta che negli ultimi dieci anni.

Un'importante ragione strutturale di debolezza - e questo è il secondo punto su cui si conviene - è costituita dall'insufficiente valorizzazione del nostro capitale umano.

Le persone, i paesi non sono solo ricchi o poveri di risorse naturali o di capitali, sono anche - e questo è il fattore cruciale - ricchi o poveri di conoscenza e di attitudine a utilizzarla per affrontare situazioni, per risolvere problemi. La buona istruzione serve agli individui per lavorare con successo, e rendere quindi più ricchi se stessi e il proprio paese, e serve anche a vivere con intelligenza, a realizzare se stessi.

E' di recente scomparso Ralf Dahrendorf, un grande scienziato sociale politicamente impegnato, che sosteneva come la principale ragione per istruire i cittadini non fosse il fatto che ciò comporta evidenti vantaggi economici per il paese, ma il principio secondo cui "ogni essere umano, dovunque sia nato e di chiunque sia figlio, deve avere l'opportunità di sviluppare i propri talenti".

E' quello che dice d'altronde l'articolo 2 della nostra Costituzione, quella "legge delle leggi" che, come ha ricordato il Ministro, è oggetto di specifico insegnamento nelle scuole: "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana", dice la nostra Carta. E tra questi ostacoli il maggiore è forse proprio quello di un insufficiente livello di istruzione.

Ma l'Italia è purtroppo un paese in cui l'istruzione non è ancora abbastanza efficiente: quando confrontiamo le competenze acquisite a scuola dai ragazzi italiani con quelle dei coetanei dei paesi ad analogo livello di sviluppo in Europa e in Asia constatiamo nostre gravi carenze. Sappiamo da tempo che in questo campo c'è soprattutto da sanare un grave squilibrio tra Nord e Sud. Serve un'istruzione migliore, un'istruzione che valorizzi anche la matematica e le materie scientifiche, troppo trascurate nel nostro paese, come ci spiegherà Alberto Angela.

Dobbiamo certo osservare con soddisfazione che anche in matematica e nelle materie scientifiche siamo capaci di produrre eccellenze. In vari recenti concorsi internazionali di matematica i nostri studenti si sono piazzati molto bene, lo stesso vale per i giovani scienziati. Ma un'istruzione migliore non significa un'istruzione che produce solo eccellenze, perché senza un tessuto di competenze diffuse un paese non cresce né economicamente, né civilmente.

Un'istruzione migliore non significa di certo neppure un'istruzione di elite, riservata a pochi. Un paese giusto è quel luogo in cui l'opportunità di un'istruzione di qualità è offerta anche ai figli delle famiglie meno abbienti, anche a coloro che studiano nelle zone meno ricche del territorio nazionale, in modo che tutti i ragazzi possano sperare di vivere meglio, di affermarsi nelle professioni, di contribuire in tal modo al benessere complessivo del paese.

Tuttavia, attenzione: né l'impegno dei poteri pubblici né gli sforzi di quanti operano nella scuola possono bastare, se non faranno la loro parte gli studenti. E' stato questo il messaggio di recente rivolto agli studenti americani dal Presidente Obama per il primo giorno di scuola: e voglio citarne qualche passaggio significativo, perché ci mostra come si tratti di esigenze che non conoscono confini, che valgono per l'America come per l'Italia.

"Ho parlato" - ha detto agli studenti il Presidente Obama - "della responsabilità dei vostri insegnanti, di quella dei vostri genitori, di quella del governo: ma in definitiva nulla basterà se voi non farete fronte alle vostre responsabilità. L'educazione vi dà l'opportunità di scoprire quel che di meglio avete in voi. E qualunque cosa vogliate fare nella vita, avrete bisogno di una buona educazione (...). So che talvolta la televisione vi dà l'impressione di poter diventare ricchi e avere successo senza lavorare duramente : magari a basket o in un reality show. Ma il vero successo è duro da raggiungere, richiede sforzi tenaci anche se non tutto quel che dovete studiare vi piace, e non tutti gli insegnanti vi piacciono".

Che così stiano le cose, lo sanno bene alcuni dei partecipanti a questa cerimonia: i giovani scienziati e inventori, i diplomati con 100 e lode dell'Aquila che hanno continuato a studiare all'indomani di una tragedia e in condizioni difficili. Lo sanno i campioni delle Olimpiadi che si sottopongono ad allenamenti massacranti senza per questo abbandonare lo studio. Anche chi canta, chi fa parte di cori, come quelli presenti qui quest'anno, chi compone o suona musica, sa che per riuscire occorrono fatica, impegno, esercizio. Qualche successo effimero si può anche ottenere per caso, con compromessi o con l'inganno, ma solo il duro lavoro dà risultati duraturi, in tutti i campi. E solo quando non si lavora solo per se stessi si ottengono risultati appaganti : solo quando si lavora per la comunità, per il paese.

Quando dico "la comunità", quando dico "il paese", intendo la patria. E' una parola, questa, che non bisogna esitare a pronunciare per paura di cadere nella retorica. No, non è stato retorica, nei giorni scorsi, il provare dolore, il commuoverci per i sei giovani militari italiani caduti in Afganistan, il rendere loro omaggio solenne, lo stringerci attorno alle loro famiglie così esemplari per forza d'animo e compostezza.

Quel che hanno significato per più generazioni di italiani la conquista e la riconquista del senso della patria, la faticosa, aspra realizzazione del grande sogno di uno Stato nazionale unitario, avrete modo di studiarlo - come ha detto il ministro Gelmini, e apprezzo molto questo suo impegno - in occasione del 150° anniversario dell'Unità.

Dando vita e sviluppo allo Stato nazionale unitario, l'Italia ha conquistato voce, peso, rispetto. Ma è importante ricordare, tutti noi, che un paese si fa rispettare se è rispettabile e se rispetta gli altri: se i suoi cittadini si comportano con senso del decoro, se non offendono chi è diverso da loro, le minoranze religiose, gli stranieri immigrati, gli omosessuali, chi ha una pelle di altro colore.

Non basta impegnarsi per affermarsi come individuo, questa è una ricetta di vita che alla lunga non è appagante. Siamo più felici quando lavoriamo anche per gli altri, magari sacrificando un poco del nostro tempo, delle nostre ambizioni, delle nostre sicurezze. Tanti ragazzi italiani sono impegnati nel volontariato, e ancora di più la scuola può aprirsi al volontariato - lo ha sottolineato il Ministro Gelmini. A volte impegnarsi per gli altri significa anche assumere dei rischi, avere coraggio.

Sfidare condizioni difficili è quanto accade a chi si attiva per affermare la legalità, per il rispetto dei valori costituzionali, impegnandosi - anche da giovane o da giovanissimo - contro la criminalità organizzata. Su questi valori e per questi scopi si deve manifestare concordia nazionale, si deve avere più mobilitazione comune. E proprio di legalità parla qui oggi, con studenti della Calabria e del Veneto, il Procuratore Piero Grasso, che è stato ed è un autentico protagonista della lotta contro la mafia.

Ma serve anche il piccolo coraggio di tutti i giorni, difendere i ragazzi più deboli, quelli oggetto di scherno e di aggressioni, difendere le compagne di scuola da attenzioni che non gradiscono, da molestie inammissibili.

Insomma, impegno nello studio e impegno civile fanno tutt'uno. Mostriamocene consapevoli. Certo, capisco, questo richiamo all'impegno, al dovere, ai valori ideali e morali, può suonare fastidioso, predicatorio. Ma è un richiamo - ve lo posso assicurare - che vale non solo per voi, ma per tutti, che rivolgo a tutti, e in particolare a ciascuno di noi che rappresenta le istituzioni della Repubblica. E' da noi che deve venire il buon esempio: avete il diritto di aspettarvi che l'esempio venga da noi, avete il diritto di chiedercelo.

Giorgio Napolitano

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lunedì 23 marzo 2009

L'intervento del Presidente della Repubblica al "Congresso Internazionale di Modena" in ricordo di Marco Biagi.

Il punto di riferimento e incontro deve consistere nella consapevolezza, da diffondere finalmente nel mondo del lavoro, dell'esigenza di uscire da logiche puramente difensive, di non farsi guidare da vecchi riflessi di arroccamento attorno a visioni e conquiste del passato, rispetto a mutamenti obiettivi innegabili e a scelte ineludibili di riequilibrio e rinnovamento nel sistema delle garanzie e delle tutele, a favore, soprattutto, dei meno protetti. Procedere in questo senso, liberarsi dallo spirito di fazione, significherebbe dare quel segno di maturità della nostra vita democratica che da troppo tempo si attende.

* * *

INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

GIORGIO NAPOLITANO

AL CONGRESSO INTERNAZIONALE IN RICORDO DI MARCO BIAGI



Produttività, investimento nel capitale umano e occupazione giovanile:

dinamiche comparate e risposte globali"



Modena, 19 marzo 2009



Magnifico Rettore, la ringrazio per le cordiali parole che ha voluto indirizzarmi. Ci unisce la stessa consapevolezza del ruolo essenziale che l'Università e la ricerca sono chiamate a svolgere, nei termini da lei puntualmente richiamati, per lo sviluppo economico, sociale e civile del Paese; e quindi della necessità che esse si pongano, attraverso uno sforzo di autocorrezione e riforma, e siano poste, attraverso serie e coerenti politiche pubbliche, in grado di fare la loro parte.

Ci unisce, credo di poter dire, un comune sentire rispetto alle gravi difficoltà e alle complesse sfide cui il nostro sistema universitario è oggi esposto.

Nello stesso tempo ringrazio di cuore Marina Orlandi Biagi per l'invito che mi ha rivolto - insieme con il Direttore Paola Reggiani Gelmini - a nome della Fondazione da lei presieduta, per l'occasione che mi ha offerto di essere qui con voi e di dare un segno di vicinanza e di impegno che da tempo desideravo dare pubblicamente.

A tutti i partecipanti a questo Convegno, ai suoi promotori, agli illustri relatori italiani e stranieri, alle autorità civili, militari e religiose, rivolgo il più cordiale saluto e il più vivo apprezzamento.

E' un Convegno di alto livello culturale e di grande significato da molti punti di vista.

E' innanzitutto un Convegno in ricordo di Marco Biagi, con l'intento - sottolineato dal professor Tiraboschi - di onorarlo nel modo migliore, e cioè riproponendo "alcuni tra i filoni più innovativi e fecondi" del suo pensiero e della sua elaborazione. Sono certo che grazie alla scelta di temi particolarmente attuali e stimolanti il vostro dibattito offrirà contributi importanti.

Trovo dunque nell'approccio di questo Convegno una piena corrispondenza con l'esigenza che posi il 9 maggio scorso nel celebrare per la prima volta il "Giorno della memoria" dedicato alle vittime del terrorismo, tra le quali persone splendide alla cui memoria rinnovo il mio omaggio e i cui familiari ho potuto incontrare di nuovo qui: Emanuele Petri, Roberto Ruffilli, Walter Tobagi, Ezio Tarantelli.

Posi un anno fa l'esigenza che tutti gli uomini cui il "Giorno della memoria" è dedicato "siano ricordati non solo come vittime, ma come persone, che hanno vissuto, hanno avuto i loro affetti, il loro lavoro, il loro posto nella società, prima di cadere per mano criminale".

Così Marco Biagi è ricordato per il suo percorso di vita, rimasto impresso in modo incancellabile nel sentimento della moglie, dei figli e dei famigliari e scandito da un impegno scientifico e civile che continua a dare frutti per il suo e nostro paese.

E fu quell'impegno che il terrorismo delle Brigate Rosse volle colpire. Perché tra i tanti che furono uccisi o gravemente feriti - e che ricordiamo tutti, nomi illustri e oscuri, con eguale commosso rispetto e rimpianto - vi furono uomini colpiti ciecamente, spesso come astratti simboli dello Stato nemico che si presumeva di abbattere, o, perfino, casualmente coinvolti nella furia sanguinaria di quei "gruppi di fuoco".

Ma Marco Biagi e come lui altri che qui sono stati ricordati furono scelti come bersagli precisi per quel che concretamente erano e facevano, e per il meditato, sinistro messaggio che colpendoli a morte si voleva dare.

Bersagli precisi in quanto figure di intellettuali, di docenti, di studiosi, di prezioso sapere specialistico e di profonda passione democratica, decisi a dare il loro contributo alla crescita di una nuova e più giusta convivenza sociale.

Erano uomini che intesero porsi al servizio, non di una qualsiasi, pur legittima causa di partito, ma dello Stato democratico, delle sue istituzioni rappresentative - governo e Parlamento - al di là dell'alternarsi delle maggioranze e degli indirizzi politici.

Questo era lo scandalo intollerabile per l'estremismo politico e ideologico sfociato nel terrorismo: che persone disinteressate, dedicate interamente alla ricerca e all'insegnamento, potessero impegnarsi a prestare le loro competenze e il loro ingegno alla ricerca di soluzioni valide per i problemi del lavoro, non esitando a "contaminarsi" con l'esercizio di responsabilità di governo.

Questo era il filo che nella logica delle Brigate Rosse andava troncato: quello era il messaggio intimidatorio che bisognava dare spezzando le vite di Ezio Tarantelli, di Massimo D'Antona, di Marco Biagi, espostisi generosamente sul fronte dell'elaborazione di nuove politiche del lavoro.

Ma né la prima né la seconda di quelle vite spezzate e il messaggio di morte così lanciato, hanno trattenuto chi, come Marco Biagi, sentiva di non potersi piegare, di non poter farsi fermare dalla minaccia, di non poter rinunciare a rendere i servigi che erano in grado di rendere al mondo del lavoro e allo Stato democratico.

E' qui il senso e il coraggio della scelta che è costata la vita all'uomo che oggi ricordiamo e onoriamo. E di qui deve partire il nostro appello perché dalla società civile, dal mondo della cultura e dell'Università, dall'intellettualità operante in diversi campi del sapere, venga l'impegno, venga il contributo attivo di cui lo Stato e la comunità nazionale hanno bisogno.

Non posso però concludere questa mia riflessione, senza tornare su un aspetto cruciale, e particolarmente doloroso, della vicenda di Marco Biagi. Egli è stato vittima della criminale aggressività del terrorismo brigatista, ma ha pagato anche, e prima, per lo spirito di fazione che da tempo avvelena la lotta politica e sociale nel nostro paese.

Uno spirito di fazione che impedisce ogni riconoscimento obbiettivo del valore di ricerche e di proposte come quelle portate avanti da Marco Biagi, con lo stesso disinteresse e spirito costruttivo, con la stessa indipendenza di giudizio, in due diverse fasi politiche.

Uno spirito di fazione che impedisce di vedere e apprezzare gli elementi di continuità che si possono presentare in un campo dell'azione di governo e parlamentare come quello delle politiche del lavoro.

E invece sarebbe necessario uno sforzo comune - cui nessuna delle parti in causa si sottragga - per riconoscere e coltivare questi elementi di continuità e le possibilità di convergenza che vi si legano - pur in una corretta dialettica tra diversi ed opposti schieramenti politici - di fronte a problemi ancora attuali e nuovi, come quelli che Marco Biagi ha affrontato suggerendo lungimiranti ipotesi di soluzione e prospettive di sviluppo, e dunque come quelli che state per affrontare nel Convegno a lui dedicato.

Il punto di riferimento e d'incontro dovrebbe consistere nella consapevolezza, da diffondere finalmente nel mondo del lavoro, dell'esigenza di uscire da logiche puramente difensive, di non farsi guidare da vecchi riflessi di arroccamento attorno a visioni e conquiste del passato, rispetto a mutamenti obiettivi innegabili e a scelte ineludibili di riequilibrio e rinnovamento nel sistema delle garanzie e delle tutele, a favore, soprattutto, dei meno protetti.

Procedere in questo senso, liberarsi dallo spirito di fazione, significherebbe dare quel segno di maturità della nostra vita democratica che da troppo tempo si attende.

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