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domenica 9 novembre 2008

Spigolature. Non si dice....ma si dice......

Gli errori del linguaggio odierno non sono solo quelli riportati nelle specifiche sezioni, ma sono anche di tipo ortografico: si pronuncia una parola in un certo modo senza sapere che l'italiano corretto ne prevede una un po' differente. Qui raccolgo quelle parole errate che sento dire in giro dandone la versione corretta e il significato, come riportato dal famoso vocabolario di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli.

Non si dice I ma si dice I Significato
magazzeno I magazzino I locale adibito a deposito

metereologo I meteorologo I studioso di meteorologia

ossequiente I ossequente I che di buon grado si sottomette alla volontà altrui

pietire I piatire I chiedere con insistenza lamentosa e degradante

redarre I redigere I compilare nella forma prescritta, scrivere curare come redattore

roboante I reboante I fortemente risonante, rimbombante

succube I succubo, succuba I persona totalmente sottomessa al volere altrui


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sabato 12 luglio 2008

Spigolature.

Perché...?

Perché la pennichella si chiama anche «siesta»?

Nel Medioevo la vita era regolata dalla scansione delle preghiere nei Conventi. Il Capitolo dei frati si riuniva a mezzanotte per il mattutino poi alle tre per le Laudi e poi per la Prima, la Terza, la Sesta e così via.

La Sesta era intorno a mezzogiorno, ora del pasto principale della giornata che, essendo appunto greve, poi richiedeva un riposino.

Invece dei piatti si usavano larghe fette di pane su cui si appoggiava la pietanza; il resto della fetta veniva messo in una scodella posta in mezzo alla tavola, che veniva data ai poveri.

La «sexta» divenne sinonimo di riposo pomeridiano e, passando per lo spagnolo, divenne siesta.

Da notare che le ore diurne erano più lunghe d'estate che d'inverno.

Perché, quando una persona ha un atteggiamento servile nei confronti di chi ha un rango superiore, si dice che è un «tirapiedi»?

RISPONDE Pietro Vaccari ESPERTO DI GEOGRAFIA UMANA
Quando in quasi tutti i Paesi del mondo esisteva la pena di morte e questa veniva spesso comminata tramite impiccagione, il tirapiedi era quell'aiutante del boia che tirava appunto i piedi all'impiccato per farlo morire più in fretta e abbreviame l'agonia.

Letto nella luce attuale il tirapiedi è una persona che fa un lavoro sgradevole e di servilismo assoluto, nella speranza, forse, di far carriera e assurgere al grado di «boia».

Del resto non è che il boia fosse più apprezzato e benvoluto. Pensi a Scarpia della Tosca - l'immortale opera lirica di Giacomo Puccini - che era un gradino sopra al boia, nel senso che comandava il boia. Quando Tosca, dopo averlo ucciso con un pugnale, annuncia gravemente: «Davanti a lui tremava tutta Roma», il pubblico batte le mani, io credo anche per il sollievo della sua eliminazione.

Tratto da Specchio - La Stampa, 7 settembre 2002, n° 340.

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mercoledì 21 maggio 2008

Spigolature

Realizzare

Quando i Francesi, nel secolo XVI, foggiarono sull'aggettivo medievale latino realis il loro réaliser, gli dettero l'unico significato logico che potesse avere, quello di «rendere reale», «tradurre nella realtà», quello, insomma, che l'italiano dice coi verbi attuare, effettuare, compiere e molti altri che più sotto vedremo.

Passato il verbo in Inghilterra, il to realize acquistò in quella lingua anche un secondo significato tutto particolare: quello di «capire chiaramente una cosa», «rendersi conto di», «accorgersi di» e simili (quasi «rendere reale, cioè evidente, a sé una cosa»). La Francia quasi mossa da gelosia, con questo significato si affrettò a reimportare il verbo verso gli ultimi anni del secolo scorso (il dizionario etimologico del Dauzat ci precisa la data: 1895).

Chi ne fece largo uso fu soprattutto il popolare romanziere Paul Bourget, seguito dall'autorevole critico Henri Bremond: sì che oggi il verbo è d'uso comune in Francia anche in questa accezione, e i dizionari lo registrano senza riserva alcuna. Il più recente Larousse ne riporta addirittura un esempio dell'accademico Claudel: «Nous réalisons que ce monde extérieur est notre monee».

Furono soprattutto i romanzi del Bourget, largamente tradotti in Italia, a inserire anche nel nostro lessico questa singolare accezione del verbo, per merito, si fa per dire, dei soliti traduttori orecchianti. Conviene tuttavia aggiungere che questo significato s'era andato via via perdendo nel nostro comune linguaggio, tanto che lo stesso Panzini, nel suo Dizionario Moderno, lo citava, sì, ma senza particolare evidenza e senza un dei suoi soliti caustici commenti.

Solo in questi ultimi anni di totale asservimento linguistico anglo-americano il to realize è entrato trionfalmente perfino nel linguaggio cosiddetto letterario. In un recente articolo storico ho letto per esempio questa frase: «Bastarono poche parole del ministro a Caterina perch'ella realizzasse con terrore l'immensità della catastrofe».

Ricordo poi, per l'impressione che mi fece, che in un film di buon successo, Boccaccio 70, il to realize inglese apparve trionfalmente in technicolor. «Tu non realizzi la gravità della situazione», dice press'a poco l'avvocato all'aristocratico spendaccione romano, nell'episodio diretto dal Visconti. E l'aristocratico risponde: «Realizzo, realizzo», cioè me ne rendo conto esattamente.

C'è davvero da sorridere quando si pensi che il verbo realizzare suscitò un mucchio di discussioni tra i vecchi puristi fin dal suo primo apparire nel significato originario francese di «render reale», «attuare» e simili; soprattutto per la sua sfacciatissima fortuna che subito ebbe; fortuna che facilmente si spiega essendo un di quei tanti verbi di comodo, da me spesso segnalati, che adattandosi a cento significati diversi risparmiano la fatica di ricorrere ad altri che richiedono, per trovarli, un minimo di ricerca e di fantasia.

Se uno si volesse prendere la briga di questa ricerca, presto si avvedrebbe che lo squallido realizzare corrisponde ad alcune decine di altri verbi nostrani non solo più schietti ma anche più adatti e calzanti nelle singole occorrenze.

Un sogno che si realizza è un sogno che si avvera; un proposito che si realizza è un proposito che si attua; chi realizza una promessa la mantiene; chi realizza un capitale investito in un'impresa lo ricupera; lo scultore che realizza una statua la fa, la scolpisce, la modella; chi realizza un lavoro qualsiasi lo esegue; il calciatore che realizza una rete la segna; il commerciante che realizza un buon guadagno lo ricava; chi vuole realizzare un buon successo intende ottenerlo; e via realizzando da riempirne una pagina intera.

Contro questo verbo, sia chiaro, non ho nessuna animosità puristica preconcetta; nel suo significato di origine può cadere, a volte, anche opportuno. È il significato all'inglese che non riesco ad accettare; e non mi spiego la simpatia che esso sembra suscitare anche in alcuni scrittori toscani che certi rozzi esotismi dovrebbero ripudiare per istinto. Padronissimi tuttavia gli scrittori di farne l'uso che vogliono; ma nessuna indulgenza, nessuna giustificazione è possibile per quei dizionari, di cui alcuni strombazzatissimi, che danno ricetto al nuovo aberrante significato senza il pur minimo accenno di esotismo.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.


Franco Bampi

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sabato 10 maggio 2008

Spigolature

Nulla, niente
(in frasi negative)

La regola grammaticale a cui bisogna attenersi, a proposito dei due pronomi indefiniti niente e nulla, è semplice: essi hanno forza di negazione solo quando sono preposti al verbo; quando invece sono posposti, richiedono sempre, nel corretto stile moderno, un altro elemento negativo (non, nessuno, senza, ecc.).

Esempi: «Niente mi piace»; «Nulla temo»; frasi correttissime. Ma posponiamo niente e nulla al verbo, e dovremo dire: «Non mi piace niente», «Non temo nulla».

Ho detto: nel corrente stile moderno; perché in passato il costrutto senza la doppia negazione era abbastanza frequente: famoso l'esempio dantesco: «L'anima semplicetta che sa nulla»; e questo del Tasso: «Non so, né posso, né voglio se non replicar le medesime cose: son nulla, so nulla, posso nulla, e voglio nulla».

Avvertiva il Fornaciari che questo trasgredire la regola poteva a volte conferire forza e grazia al discorso; ma lo considerava sempre un'eccezione da lasciare soltanto a chi aveva autorità di scrittore. Oggi, chi dice «Fa niente», «So niente», «Costa niente» e simili, non lo fa certo con l'intenzione di dare forza e grazia al suo discorso, ma semplicemente per influsso dei dialetti, specialmente settentrionali: Bùgia nen, Fa gnent, Mi su gnent, e cosi via.

Teniamoci dunque alla regola, in attesa di avere autorità di scrittori.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.

Franco Bampi

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domenica 4 maggio 2008

Spigolature

Inerente
Questo inerente è il participio presente di un verbo inerire ormai pressoché scomparso dal comune linguaggio, e perciò generalmente non registrato dai minori dizionari; esso affiora solo tratto tratto in certi linguaggi particolari, come in quello giuridico e filosofico, per esempio.

Oggi solo inerente è nell’uso, e non sempre si costruisce a dovere; tanto che frasi come “atti inerenti la causa”, “indagini inerenti il delitto” si riscontrano sempre più di frequente negli atti giudiziari soprattutto.

Sono frasi sbagliate perché il verbo inerire, etimologicamente affine ad aderire, si costruisce, come questo, col complemento di termine e non col complemento oggetto: “atti inerenti alla causa”, “indagini inerenti al delitto”.

Inerire viene dal latino inhaerère, propriamente “essere attaccato” e significa “avere stretta connessione con qualche cosa”, “direttamente riferirsi”, “essere attinente” e simili.

I latini costruivano questo verbo col dativo (che corrisponde appunto al nostro complemento di termine), ma anche con l’ad e l’accusativo o con l’in e l’ablativo.

L’italiano si attiene comunemente al dativo: “Ragioni inerenti alla sostanza e all’origine delle cose” (Tommaseo); “La libertà di Dio inerisce alla sua eterna ragione” (Croce); con l’in, ormai disusato, trovo un esempio del Magalotti: “Facoltà ... inerenti in un fondo dell’istessa natura”.

Niente complemento oggetto, dunque, erroraccio assolutamente da evitare. Il quale complemento, certo, deriva da un’errata analogia con altri verbi, come concernere e riguardare, che si costruiscono infatti col complemento oggetto: “Atti concernenti la causa”, “Indagini riguardanti il delitto”.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.

Fanco Bampi

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venerdì 25 aprile 2008

Spigolature

“Derogare a” o “da”?

Si deve dire “derogare a una legge”, “derogare a una norma”; bisogna cioè usare quel complemento di termine che corrisponde al caso dativo usato dai Latini: Cicerone diceva infatti derogare legi. Questo verbo, schietto latinismo, fu all’origine della nostra lingua d’uso squisitamente letterario; cominciò a usarlo Dante nel Convivio: “Non intendo però a quella in parte alcuna derogare, ma maggiormente giovare”.

Lo usò spesso il Boccaccio: “Al primo sacramento deditamente fatto, niuno puote di ragione derogare” (Filòcolo); “Niuna legge si riformava, a niuna si derogava” (Vita di Dante); e via via molti altri autori fino all’Ottocento.

A questo punto, entrato nel linguaggio cancelleresco, se ne fece tanta orgia che il verbo si vide socchiudere in faccia, se non proprio chiudere, la porta dell’uso letterario più vigilato. Oggi derogare trionfa nelle aule dei tribunali, in quelle parlamentari, negli uffici amministrativi: tutti luoghi, senza far torto a nessuno, dove il linguaggio anziché raffinarsi si deteriora.

Così, negli uffici nacque l’errore di costrutto, che poi passò alle stampe e alla radio.

Resta ora da domandarci come possa essere nato questo nuovo costrutto; l’origine non può essere che analogica: è il richiamo di altri verbi col prefisso de-, e correttamente costruiti col da, che ha generato l’errore; come detrarre (“detrarre dal totale”), come desistere (“desistere dalla lotta”), come decadere (“decadere dall’antica grandezza”) e alcuni altri.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.

Franco Bampi

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sabato 19 aprile 2008

Spigolature.

Cari saluti
Ecco uno di quei casi sottili intorno ai quali tanto si davan da fare gli antichi puristi e schiumava di rabbia il bonarissimo Arlìa, che non avrebbe osato far male a una mosca, ma prometteva “sante nerbate” a tutti coloro che avessero osato maltrattare la lingua.

Vediamo un po’: che vuol dire caro? Vuol dire “amato”, “a cui si porta affezione”. Diremo bene, perciò, “caro babbo”, “mia cara figliola”. Ma cari saluti? Amati da chi? Da chi li manda? Tanto meno da chi deve riceverli. Peggio ancora, si mandano “Gentili saluti”, “Saluti gentilissimi”.

Il giudicare i nostri saluti come cari, cioè graditi al punto da essere amati, è cosa di assoluta pertinenza del destinatario, e non del mittente; e sulla gentilezza di un nostro saluto bisogna lasciare il giudizio a chi li accoglie non già a chi li invia. Una sottigliezza, d’accordo, una innocente illogicità, che generalmente sfugge, ma è anche tanto facile evitarla.

Diremo perciò “cordiali saluti”, “affettuosi saluti”, perché tanto l’aggettivo cordiale, “che viene dal cuore”, quanto l’aggettivo affettuoso, “che dimostra affetto, son in questo caso azzeccatissimi.

Il famoso poeta tragico Giambattista Niccolini scrisse un giorno all’amico Mario Pieri, letterato e prosatore raffinato, una lettera di sfogo contro gli accademici della Crusca che avevano assegnato un seggio al canonico Moreni anziché al Roscoe, un Inglese studioso di lettere e arti italiane. “Lo crederesti?” si scandalizzava il Niccolini “fu preferito a Guglielmo Roscoe il canonico Moreni, uomo ignoto alle lettere e così bestiale scrittore che in una lettera stampata si è sottoscritto Vostro carissimo amico!”

Non mancano poi altri aggettivi, buoni per tutti gli affetti e per tutte le confidenze: saluti amichevoli, rispettosi, devoti, oppure tanti, tantissimi saluti, saluti infiniti, e perfino un ardito salutissimi.

Andrei piano con sinceri saluti: è una dichiarazione non richiesta che potrebbe mettere in sospetto chi li riceve. Per lo stesso motivo asteniamoci dai migliori saluti, ché i “peggiori saluti” non si mandano neppure a un nemico.

In quanto a distinti saluti, confesso che non mi riesce di arricciare il naso, come certi fanno, di fronte a questa formula che, se anche di schietta derivazione francese, è sempre difendibile: potrebbe trattarsi, voglio dire, di saluti specialissimi, ben “distinti” da quelli comuni che si mandano a persone così così, o con le quali abbiamo confidenza.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.
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sabato 12 aprile 2008

Spigolature.

Attenere

Un altro dei tanti verbi appetiti fino alla nausea dal solito linguaggio burocratico: “Per quanto attiene alla gestione dell’azienda...”. “Questo non attiene all’argomento”. E così via attenendo. Una volta si usavano verbi meno ricercati, come riferirsi, concernere, riguardare, e ci si capiva benissimo; soprattutto non si rischiava di sbagliare il costrutto. Infatti oggi moltissimi, scambiandolo per un transitivo, dicono “attenere una cosa” e non “attenere a una cosa”: “Per quanto attiene la gestione dell’azienda” e non “alla gestione dell’azienda”. “Questo non attiene l’argomento” invece di “Questo non attiene all’argomento”. Si tratta di un impennacchiato latinismo, del solito parolone, uno dei tanti latinismi del moderno linguaggio. E i paroloni spesso tendono insidie pericolose a quelli che vogliono trastullarsi con cose più grandi di loro.


Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.
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sabato 29 marzo 2008

Spigolature. Lingua Italiana

Comminare

Dando notizia di una sentenza di condanna pronunciata da questa o quella magistratura, molto spesso stampa radio e televisione dicono che il tal giudice “ha comminato a Tizio e a Caio tanti anni di prigione”. Quanti sanno che questa comunissima frase racchiude un errore grossolano?

Questo verbo comminare ci è venuto dal latino comminari che vuol dire alla lettera “minacciare insieme” composto com’è di un prefisso cum, con, indicante generalità di effetto, di azione, e minari, minacciare.

Perciò “comminare una pena” significa minacciarla collettivamente, prescriverla genericamente per tutti coloro che si rendessero colpevoli di quel determinato reato.

Chi può comminare una pena, cioè minacciarla, stabilirla, non può essere perciò che la legge, e per essa il codice: “per il delitto di rapina il codice penale italiano commina la reclusione da 3 a 10 anni ...”.

Il giudice dunque non commina, non minaccia, la pena ma la applica in base a quanto stabilisce il codice, la , la infligge, l’assegna, o anche, con un latinismo proprio del linguaggio curialesco, la irroga.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.
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martedì 25 marzo 2008

Spigolature. Lingua italiana.

Acclarare.

Piace ai burocrati e basterebbe questo a condannarlo. Ha inoltre tutto un suono pacchiano, e italiano certo non è. È preso pari pari dallo spagnolo aclarar, render chiaro, che risale al latino clarus, chiaro. Non c’è motivo al mondo che ne consigli l’uso, avendo già l’italiano i verbi chiarire, oltre che appurare, accertare, e la locuzione mettere in chiaro. “Bisogna acclarare i termini della questione”: chiariamoli, e faremo meglio.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.
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domenica 16 marzo 2008

Spigolature. Lingua Italiana. Sia...sia...

Sia... sia...
Oggi è comunissima la correlazione sia... che, anziché sia... sia, che è quella raccomandata dalle grammatiche; un sia... sia..., ripetuto costantemente quante volte occorra. È un costrutto che si richiama al latino sive... sive, o seu... seu, che negli antichi testi classici troviamo ripetuto fino a tre e quattro volte. Inoltre anche i più antichi esempi italiani lo confermano.

In un commento alla Commedia d’un contemporaneo di Dante, troviamo: “Racconta gli effetti delle sue opere, e ciascuna pare che voglia fama, sia di bene sia di male”; e sentite questo periodo di Daniello Bartoli, politissimo prosatore del Seicento: “A voi solitario e romito, sia per natura, sia per professione, sia perché la qualità e la condizion degli studi vi tiene in astrazione di pensieri...”.

Se avessi tempo di cercare, troverei che questa e nessun’altra è la correlazione che si usò in origine nella nostra lingua, ed è quindi indubbio che questo essendo il costrutto originale, esso andrebbe in ogni caso rispettato.

Ma, ben sappiamo, spesso l’uso traligna, e qui anche ha tralignato. Già nel Tommaseo-Bellini si può leggere che “il sia si ripete, ma può anche usarsi il sia la prima volta e la seconda il semplice o”. In dizionari più recenti, anche nei migliori, si avverte che il secondo elemento della correlazione può essere introdotto anche da che. Cioè si può anche dire: “ Sia lui o un altro, per me è lo stesso”, “Era indifferente sia al biasimo che alla lode”. Specialmente il che è oggi comunissimo anche presso i migliori scrittori.

Ma va da sé che se un consiglio dovessi dare, raccomanderei di attenersi alla vecchia classica forma del sia... sia, ripetuto anche dieci volte.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.
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martedì 11 marzo 2008

Spigolature. Lingua Italiana. Nulla, niente

La regola grammaticale a cui bisogna attenersi, a proposito dei due pronomi indefiniti niente e nulla, è semplice: essi hanno forza di negazione solo quando sono preposti al verbo; quando invece sono posposti, richiedono sempre, nel corretto stile moderno, un altro elemento negativo (non, nessuno, senza, ecc.). Esempi: «Niente mi piace»; «Nulla temo»; frasi correttissime.

Ma posponiamo niente e nulla al verbo, e dovremo dire: «Non mi piace niente», «Non temo nulla». Ho detto: nel corrente stile moderno; perché in passato il costrutto senza la doppia negazione era abbastanza frequente: famoso l'esempio dantesco: «L'anima semplicetta che sa nulla»; e questo del Tasso: «Non so, né posso, né voglio se non replicar le medesime cose: son nulla, so nulla, posso nulla, e voglio nulla».

Avvertiva il Fornaciari che questo trasgredire la regola poteva a volte conferire forza e grazia al discorso; ma lo considerava sempre un'eccezione da lasciare soltanto a chi aveva autorità di scrittore.

Oggi, chi dice «Fa niente», «So niente», «Costa niente» e simili, non lo fa certo con l'intenzione di dare forza e grazia al suo discorso, ma semplicemente per influsso dei dialetti, specialmente settentrionali: Bùgia nen, Fa gnent, Mi su gnent, e cosi via. Teniamoci dunque alla regola, in attesa di avere autorità di scrittori.

Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977.
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sabato 1 marzo 2008

Spigolature. Lingua italiana. No olofrastico.

“Vuoi venire o non?”

Quanta gente, anche colta, scrive in questo modo, e non sa di sbagliare! “Che tu voglia o non, la cosa non mi riguarda”, “Che questo gli piacesse o non ci sembrava indifferente”: frasi raccolte sui giornali, fin sui libri.

E sono frasi sbagliatissime, proprio da matita blu.

Bisogna dire: “Vuoi venire o no?”, “Che tu lo voglia o no”, “Che gli piacesse o no”. Ed è presto spiegato il perché.

La negativa no, così fortemente tonica, riassume in sé tutto un discorso (i grammatici la definiscono parola olofrastica, come il affermativo): “Vuoi venire o no?”; quel monosillabo no racchiude infatti l’intera frase sottintesa “non vuoi venire?”; tanto è vero che noi possiamo anche dire distesamente “Vuoi venire o non vuoi venire?”.

La negativa non, invece, non ha questo valore riassuntivo, ma è soltanto la premessa negativa di una frase che segue. Nessuno infatti alla domanda “Vuoi venire?” risponderebbe con un semplice “Non” che lascerebbe la frase in sospeso; ma risponderebbe per esteso “Non voglio venire” o userebbe la negazione “No” che riassume questa frase.

Vittorini intitolò un suo libro Uomini e no, come dire “Uomini e non uomini”; “Uomini e non” sarebbe stato un titolo strafalcionato.

(Tratto da Aldo Gabrielli, Il Museo degli Errori, Oscar Mondadori n. 728, Milano 1977)
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Nota
La mia attenzione in difesa del no olofrastico mi ha fatto scoprire uno strano fenomeno. È abbastanza infrequente trovare frasi come quelle riportate da Gabrielli: non ho mai letto “Vuoi venire o non?”, mentre sembra norma usare il non davanti alla congiunzione e: “Riunioni di docenti e non”, “Materiale infiammabile e non” e via dicendo.

In sintesi, il linguaggio odierno sembra richiedere il no se la congiunzione che precede è o, mentre si usa il non se preceduto da e.

Ribadisco che, per quanto dimostrato sopra da Gabrielli, l’unico uso consentito nella corretta lingua italiana è sempre e solo quello della negativa no.

(francobampi.it)

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